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giovedì 31 luglio 2014

La "società di mutuo soccorso” che beffa la legge

Risalirebbero alla Sicilia del 1200 e all’esercito del grande imperatore Federico II, lo stupor mundi come veniva chiamato con ammirazione, che composto in stragrande maggioranza da saraceni si dissolse nell’isola e qui vide nascere, un po’ per autodifesa, una specie di società di mutuo soccorso, la mafia appunto: un ceto medio di agrari che stava fra il grande proprietario terriero (barone) ed il servo (contadino).


Quest’organizzazione ha avuto origini agrarie ed è grazie a questo elemento intermedio che la società siciliana ha avuto motivo di compiacersi della propria autodeterminazione, può essere paragonato al “fattore” o “amministratore” che arrotondava derubando il barone rendendo ancor più esoso lo sfruttamento del servo; per far ciò, doveva avere dalla sua i poteri centrali, quelli del governo, cioè giustizia, polizia ed enti locali. Tutto ciò almeno fino al 1943 ove, per prepararvi lo sbarco, gli americani inviarono in Sicilia ex mafiosi non più “agrari” ma figli e nipoti di “padrini” che a suon di mitra e dollari soppiantarono quel mondo basato sul latifondo baronale.
A Napoli la polizia non può entrare in interi quartieri se non a rischio dell’incolumità fisica degli agenti, nel contempo ci vivono due milioni di persone che convivono tutti i giorni con l’emergenza rifiuti, in tanti casi tossici. Tragicamente fallite le esperienze delle amministrazioni locali in mano alla sinistra, convinte di essere al riparo da critiche grazie all’inesistenza delle opposizione. All’orizzonte non si vede nessun rimedio a questo disastro, nessuno si salva: poteri locali, classi dirigenti, borghesia e tanto meno lo Stato.


“Tutti a casa”, come direbbe qualcuno, ma non queste società di mutuo soccorso, uniche vincitrici di una partita che dura da secoli e che affossano tutto e tutti, si chiamino mafia o camorra. Reprimere in un attimo ciò che è storia da almeno cinque generazioni è impensabile: merci taroccate e scontrini evasi, corrotti e corruttori la faranno ancora da padrone, in barba alla missione che il Paese affida alla Legge.


(31 luglio 2014)



mercoledì 30 luglio 2014

Attacchi d’ira: come fronteggiarli

La rabbia, si sa, è una brutta bestia. Quante volte, durante una discussione, la pazienza, malgrado molto presente, ci abbandona del tutto e vorremmo urlare così forte da rompere i timpani all’altra persona, magari accompagnando l’urlo con qualcosa di pesante? Come fare a gestire queste situazioni senza cadere in una trappola totalmente improduttiva, che oltre a non aiutarci ci farebbe, probabilmente, stare persino più male quando l’attacco d’ira si placherà?


 Sembrerebbe strano ma il consiglio “conta fino a dieci” ha un’utilità infinita: ce lo spiega il dottor Roberto Pani, psicologo clinico e psicoanalista a Bologna; quando qualcuno ci offende dobbiamo prendere almeno 15 secondi per valutare la situazione. Perché mi ha voluto ferire? L’ha fatto di proposito o la sua è stata una frase dettata dall’ignoranza? Vale la pena farsi venire un’ulcera per questa offesa?


Se le risposte a queste domande sono negative allora vuol dire che una frase a tono impregnata di ironia pungente può salvarci il fegato, e se invece le risposte sono affermative, beh, ancora più semplice: l’indifferenza è l’arma migliore. In ognuno dei due casi la dignità è salva.


(30 luglio 2014)


Ostruzionismo e comunicazione come strumenti per ricostruire la Costituzione


Il Senato della Repubblica, prossimamente Senato delle Autonomie, viene presentato dall’opposizione come “Senatuccio” delle segreterie di partito

Il dibattito sulla Riforma costituzionale è la prima occasione in cui Matteo Renzi appare davvero vulnerabile. Mai come in questo momento il Presidente del Consiglio si è trovato in difficoltà.


Il punto è che la politica contemporanea, in Italia in particolare, si sta giocando su un terreno che compete alla comunicazione, più che alla Costituzione. Giornali e televisione oramai riportano la cronaca politica ricostruita a suon di tweet.
Non è semplicissimo, quindi, tirare le fila dei meriti e demeriti oggettivi del ddl Boschi, ora all’esame in Senato, perché dei meriti e demeriti la politica non se n’è occupata realmente.
Il presidente Renzi, maestro in comunicazione politica, si ritrova a combattere contro schemi mentali, retaggio dell’antifascismo, che di per sé sono sufficienti ad abbattere qualsiasi tipo di stratagemma comunicativo. Non è sufficiente la solita vincente ironia, tipica delle risposte di Renzi su Twitter, per fugare lo spauracchio del totalitarismo paventato da Grillo. Il colpo di sole non batte il colpo di Stato in Italia.


L’Italia di oggi è figlia dell’Italia di ieri e il nuovo avanza solo se non è davvero nuovo. Gli strumenti che Renzi aveva in mano, rafforzati dal largo consenso raccolto alle europee, erano molteplici. Ma lui ha scelto di portare avanti una riformetta zoppicante già in partenza. Diversi punti incoerenti, sufficienti all’opposizione per poter cavalcare lo spauracchio della deriva autoritaria.
L’idea del Senato da abolire non spaventava certo i sostenitori dell’ex sindaco di Firenze, quello che spaventa è che il “Senatuccio”, previsto dalla Riforma Boschi, risulti uno strumento in mano ai partiti. Che torni utile alla maggioranza di Governo solo (si fa per dire) per l’elezione dei giudici della Corte costituzionale, CSM, Presidente della Repubblica e per l’approvazione delle leggi Costituzionali. Non è poco per una semplice maggioranza eletta dalla maggior parte dei votanti, perché la Magistratura, la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica sono organi di garanzia di tutti i cittadini, comprensivi delle minoranze o dei non votanti.
Se poi si pensa che sono stati aggravati anche i quorum concernenti gli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini, i brividi di paura dettati dalla deriva autoritaria pervadono il corpi abitati da menti formate dalla cultura antifascista. Una semplice maggioranza eletta che strumentalizza un organo, come il “Senatuccio” previsto dalla Riforma, a suo piacimento; un organo che finisce per rappresentare la longa manus governata dai segretari di partito della maggioranza parlamentare. Terreno fertile per muovere critiche, perché le critiche su questi punti sono più che legittime.


Il problema è che l’opposizione, capeggiata da Sel, con al seguito M5S e Lega, non si è soffermata a guardare i punti realmente deficitari in merito agli equilibri istituzionali o ai meccanismi democratici, ma ha colto la palla al balzo per sbattere in faccia all’uomo del momento tutta la forza inarrestabile dell’ostruzionismo parlamentare all’italiana.
Settemila emendamenti, molti dei quali inutili, ripetitivi, copie che differiscono le una dalle altre per un numero o una parola. Solo spulciandoci all’interno, con pazienza e molto, molto tempo a disposizione, è possibile intravvedere qua e là qualche premessa interessante per dei necessari ritocchi al ddl Boschi/Finocchiaro/Calderoli (e chi più ne ha più ne metta).
Se l’obiettivo di Sel, nello scagliare la potentissima controffensiva dei 6.000 emendamenti a Renzi, era quello di essere ascoltato in occasione della prossima Assemblea dei capigruppo dal PD, a sentire Renzi e Zanda negli ultimi giorni, sembrerebbe essere stato raggiunto. Rimangono fermi sulle proprie posizioni i grillini con il loro modesto numero di emendamenti, solo 200, spiccioli se confrontati con quelli del partito di Nichi Vendola.
La scelta di rispondere all’ostruzionismo con la tagliola poteva avere un senso politicamente, ma si è dimostrata di fatto un mezzo spauracchio. Non è andato avanti senza paura Matteo Renzi questa volta. Forse perché chi vive di comunicazione, impara anche a temerla al di sopra di ogni altra cosa: la tagliola su una riforma infestata dagli spettri dell’autoritarismo non sarebbe stata il massimo per l’opinione pubblica.


Allora, timidamente, il PD alza la voce paventando una mezza tagliola, per poi riabbassarla prontamente e tendere la mano all’opposizione nella prossima Assemblea dei capigruppo.
Se Sel diminuisce il numero degli emendamenti presentati, il Governo sembra disponibile ad “allungare il brodo” fino a settembre.
La speranza è che questa bagarre dal sapore immensamente italiano sia servita a scendere a dei compromessi sensati. Che sia servita a correggere la Riforma costituzionale laddove deve essere corretta, che sia servita a difendere la democrazia e il principio del bilanciamento dei poteri dello Stato.
La paura è che sia l’ennesima futile battaglia politica, utile solo a salvaguardare gli spazi di potere interni ai partiti. L’ennesima battaglia della Sinistra pluralista che ha sempre cavalcato l’onda antifascista per poi non ricostruire mai dei meccanismi istituzionali efficaci ed efficienti, al passo con i tempi.


Orte
(30 luglio 2014)


Dolci regionali: i turdilli

Per la rubrica “Dolci regionali”, oggi vi presento i turdilli all’uovo. Tipici della Calabria, questi dolci si realizzano in particolare durante il periodo natalizio.


Ecco di seguito la ricetta di questi golosi dolcetti fritti.

Ingredienti:

3 UOVA INTERE
1 BICCHIERE DI OLIO DI SEMI
1 BICCHIERE DI ZUCCHERO
1 BICCHIERE DI VERMUT
1 BUSTINA DI LIEVITO PER DOLCI
1 BICCHIERE DI LATTE
FARINA Q.B.
MIELE Q.B.



Procedimento:

Sbattete le uova con lo zucchero fino a che non diventino un composto spumoso e omogeneo. Aggiungete l’olio, il latte e il vermut, continuando a sbattere il tutto. Aggiungete il lievito e tanta farina quanto basta perché il composto diventi facilmente modellabile con le mani. Lasciate poi riposare il tutto dentro una ciotola per circa 10 minuti. Suddividete poi l’impasto e lavoratelo con le mani in senso orizzontale quasi a creare dei “serpentini”. Tagliateli come se doveste realizzare degli gnocchi e passateli su di un cestino strigliato per creare le fenditure tipiche del dolce (in alternativa potete utilizzare la classica forchetta!). Successivamente friggete in olio abbondante fino a che ogni turdillo non abbia raggiunto un colorito dorato. Scolateli dall’olio in eccesso e una volta freddi, surriscaldate il miele in una pentola aggiungendo rapidamente i turdilli per amalgamarli ad esso. Alla fine del procedimento potete decorare i vostri dolcetti come più vi piace, ad esempio con i “diavolilli”, piccoli confettini colorati.



Questi dolcetti vi potrebbero sembrare simili agli struffoli napoletani, ai topini di carnevale emiliani o ad altri dolci tipici delle varie ragioni italiane. Tutti fritti e golosissimi, ma ognuno con il suo tocco caratteristico che lo distingue dagli altri. Insomma, ad ogni regione il suo turdillo.
Ah un consiglio, fossi in voi non aspetterei Natale per realizzarli.


Altre ricette qui.


(30 luglio 2014)


martedì 29 luglio 2014

Una struttura che aiuta i più bisognosi

Con i tempi che corrono e la crisi che dilaga, purtroppo, c’è persino chi decide di negarsi una visita medica, ma a questa triste realtà qualcuno ha deciso di porre fine: a Firenze è nata una struttura con la possibilità di offrire visite gratuite a chi ha difficoltà economiche.


Per ora sono presenti angiologia, cardiologia, dermatologia, ginecologia, oculistica, geriatria, ortopedia e scienza della nutrizione, ma ci si sta attrezzando per aggiungere pediatria, infettivologia, neurologia e otorinolaringoiatria.


I pazienti con ristrettezze arrivano alla struttura tramite Caritas e altri enti benefici, e la decisione di porsi a sostegno di chi proprio, in questo periodo, non ce la fa è decisamente vincente. Troppe persone vengono scordate e lasciate al proprio destino. Bisogna aiutare i dimenticati a trovare una propria strada.


(29 luglio 2014)

 

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