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sabato 25 aprile 2015

Docce fredde e sedie calde: l’immigrazione vista dall’UE

Eventi recenti, quali l’affondo del barcone colmo di migranti, scuotono le fondamenta dell’Unione Europea, che si dice pronta a collaborare. Intanto Tsipras tenta di ricucire il cordone ombelicale con mamma Unione.

I fluidi muovono il mondo e Alexīs Tsipras lo sa bene: il Premier greco eletto da poco sta imparando che la realtà è fatta di gente che ha i soldi e gente che non li ha. La Grecia non fa parte del primo gruppo. Il nostro Alexīs sta infatti accelerando i negoziati per arrivare all’accordo sulle riforme che la Grecia deve presentare all’Eurogruppo, così che venga ratificata la seconda tranche di aiuti che la gentile e germanica (pura assonanza) Europa offrirà alla Grecia per cercare di sanare la situazione ellenica.


Abbiamo però troppo di cui pensare in Italia per curarci dei nostri cuginetti: il 18 aprile scorso, infatti, è affondato un barcone carico di immigrati nel canale di Sicilia e il bilancio è davvero spaventoso. A volte succede che muoia qualcuno e i nostri politici sono bravi a dimenticare. Altre volte invece muore troppa gente e solo allora si riaccende il dibattito (che entro poco tempo andrà scemando, statene certi).


Il 23 aprile (cinque giorni dopo, con comodo, come potete vedere) si è tenuto un Consiglio Europeo sulla questione emigrazione ed immigrazione e Renzi ha dichiarato che è sicuro di poter dire che “in Europa qualcosa è finalmente cambiato”. Ma cosa? La disposizione dei posti, la marca di caffè... questo non ci è dato saperlo, ma il nostro saggio Premier sta lavorando per noi.


L’accaduto ha anche suscitato molte reazioni, come è ovvio che sia. Fra queste, quella di Gianni Morandi, il quale si è espresso a favore degli immigrati. Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha replicato che il signor Morandi, i migranti può anche accoglierli a casa sua. Secondo Matteo, gli immigrati andrebbero magari aiutati in mare. Tanto si sa, hanno il potere di camminare sulle acque.


(25 aprile 2015)


venerdì 24 aprile 2015

Quando il cibo ci consola

Il capo, a lavoro, ci ha dato una bella strigliata e abbiamo trattenuto a stento le lacrime. Tornando a casa abbiamo rotto un tacco – magari di quelle belle scarpe che, comprate con enorme sacrificio, sono costate uno stipendio. Non c’è parcheggio, e siamo costrette a camminare per 200 metri, con le scarpe in mano e i piedi nudi. Finalmente entriamo a casa ma scopriamo che il nostro cane ci ha mangiato parte del divano. Allora, stanchi e frustrati, ci dirigiamo verso la dispensa e prendiamo… tutti noi sapremo dare una risposta differente.


I “cibi consolatori” – o comfort food – variano non solo di persona in persona, ma anche regionalmente. Il meccanismo che porta un alimento a diventare uno scaccia-tristezza è, ovviamente, psicologico. Da piccoli, in certe situazioni di disagio, una persona cara ci cucinava qualcosa, e quel qualcosa, da sempre associato all’idea di protezione e di famiglia, è rimasto nel nostro cuore funzionando meglio di molti calmanti. Lo ha dimostrato anche l’Università di Buffalo e, a tal proposito, la psicologa Shira Gabriel dice che “gli alimenti che si prediligono in un momento ‘no’, spesso sono gli stessi che ci faceva mangiare una persona cara quando eravamo bambini”.


Dalla torta di ricotta alle lasagne, dalla carne arrosto al gelato, poco importa: dopo averne ingollato un’abbondante porzione ci sentiremo meglio.


(24 aprile 2015)


 

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