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mercoledì 1 ottobre 2014

Formula 1, rivoluzione in casa Ferrari?

Dopo le dichiarazioni di Marchionne (“Alonso, se vuole, può lasciare la Ferrari”), lo spagnolo sembra sempre più lontano dalla scuderia di Maranello. Alla finestra Vettel e forse Hamilton, mentre incombe la gara di Suzuka e ricomincia la lotta in casa Mercedes, che fa già paura in ottica 2015.


Fernando Alonso e la Ferrari sempre più distanti. Quello che fino a qualche mese fa sarebbe sembrato utopia, dopo le dimissioni di Montezemolo sembra essere diventato realtà. Lo spagnolo, che si è visto ribaltare le proprie prospettive nel giro di 24 ore lo scorso 10 settembre, con l’allontanamento del Presidente ferrarista e la morte di Emilio Botín, amico personale dell’asturiano e patron del Banco de Santander, lo sponsor principale della Ferrari, ma soprattutto con l’avvento di Sergio Marchionne (operativo dal prossimo 13 ottobre) e Marco Mattiacci ha perso la propria posizione di forza nelle trattative per il rinnovo del contratto e ora si sta guardando intorno, direzione Red Bull o McLaren-Honda.


Con gli austriaci si prospetterebbe uno scambio alla pari con Sebastian Vettel, malgrado le smentite arrivate sia dal pilota tedesco sia da Helmut Marko e Ditier Mateschitz. Più difficile l’approdo in McLaren: Honda spinge per avere un grande nome, ma pare dovrà accontentarsi di tenersi in squadra Jenson Button, che è comunque un campione del Mondo (2009, con il team Brawn GP, che poi era l’erede della Honda stessa e il precursore di Mercedes) e i motivi sono molteplici. In primo luogo i rapporti personali tra Fernando Alonso e il capo della McLaren, Ron Dennis, sono decisamente logori dal 2007, l’unico anno dello spagnolo in McLaren, stagione nella quale scoppiò una guerra interna tra lui e Lewis Hamilton e ne approfittò Kimi Räikkönen, con la Ferrari per strappare il titolo agli uomini di Woking per un solo punto. Poi l’asturiano ha più volte dichiarato di non ritrovarsi nell’ambiente britannico, anche se spesso, per soldi, si sarebbe disposti anche al sacrificio. Ultimo motivo, ma forse il più importante di tutti, la Honda pare essere decisamente indietro con lo sviluppo del proprio motore, che non è stato ancora fatto girare al banco e della power unit, che ha diversi problemi d’affidabilità.
Il sogno odierno di Alonso, però, si chiama Mercedes: l’asturiano spera che Hamilton si stufi della situazione fratricida scoppiata in seno al team tedesco e che possa andarsene; in tal caso, i due si scambierebbero la vettura, con l’inglese che arriverebbe a Maranello. L’ipotesi rimane, però, molto remota perché Hamilton andrebbe in Ferrari per prendere su per giù lo stesso stipendio, ma con molte meno garanzie tecniche legate alla competitività della leggendaria squadra italiana.


In mezzo a questo polverone, in questo weekend si correrà il Gran Premio del Giappone, a Suzuka, con i suoi curvoni veloci. Conterà molto l’aerodinamica, di conseguenza, alle spalle della sempre favorita Mercedes, dovrebbe esaltarsi Red Bull, mentre Ferrari dovrà lottare presumibilmente con Williams per arrivare ai piedi del podio. Il tracciato, di proprietà Honda, è stato molte volte teatro di gare decisive per il Mondiale, ma ora meno in quanto sono stati aggiunti altri eventi che hanno allontanato il termine del campionato dalla corsa del Sol Levante. Si ricordano in passato il controverso tamponamento di Prost a Senna nel 1989, quello a parti invertite nel 1990 (entrambi decisivi per il campionato), ma anche il ritorno al titolo piloti della Ferrari grazie a Michael Schumacher nel 2000 e la perdita quasi matematica dello stesso nel 2006, col motore della 248 F1 del tedesco che si affievolisce proprio nel momento decisivo mentre era in testa. Vedremo domenica se anche quest’anno potrà avvenire qualche colpo di scena, in particolare tra le Mercedes.
A proposito del team tedesco, delle indiscrezioni confermano che la power unit del prossimo anno abbia 50 cv in più dell’attuale. Questo significa che, se gli avversari Ferrari, Renault e Honda dovessero riuscire a colmare il divario del momento, arrivando ai livelli della Mercedes odierna, il vantaggio della casa di Stoccarda rimarrebbe pressappoco lo stesso: si prospetta un 2015 nuovamente a senso unico? Per lo spettacolo speriamo di no.


Roberto Giardi
(1° ottobre 2014)


Isis, satira e parodia per infrangere l’aura di terrore

Gli iracheni combattono alcuni dei personaggi più pericolosi al mondo con la satira. L’intenzione è quella di rompere la cappa di terrore psicologico instaurata dal leader dell’Isis, Abu Bakr Al Baghdadi. Una nuova serie comica, State of Myths sarà trasmessa in ottobre dalla televisione di stato irachena. Gli autori e il regista sono unanimi nella spiegazione dello scopo del nuovo progetto televisivo: minimizzare la paura e il timore che il popolo nutre verso il brutale governo di Al Baghdadi e degli esponenti dell’Isis attraverso la satira e la parodia.


Per i membri del cast non è stato facile prendere parte alla realizzazione del progetto, considerando il rischio che hanno corso (e continuano a correre) mettendosi in prima linea contro l’organizzazione terroristica. Quest’ultima ha, difatti, dimostrato di non nutrire pietà per le comunità professanti diverso credo religioso o ideologia politica, dunque non si prevedono reazioni di ilare autoironia.
Uno degli attori protagonisti, Taha Alwa, ha rivelato al Washington Post, di aver preso parte alla realizzazione del programma per una ragione personale, avendo perso due figli per mano dei gruppi violenti in Iraq e in Siria. Ha inoltre affermato: “Per quanto potrà essere pericoloso, intendiamo lanciare un messaggio al popolo e dimostrare l’efferatezza di questa gente”. Altri attori non sono stati così coraggiosi, e molti si sono tirati indietro, mentre buona parte di chi ha continuato a recitare ha chiesto alla produzione di non rendere pubblico il proprio nome. Lo stesso attore che interpreta Al Baghdadi nella serie si è rifiutato di rivelare la sua vera identità, ma ha dichiarato di essere in trepidante attesa delle reazioni che saranno scatenate dalla messa in onda del programma.
Il trailer dello show è già di per sé un’audace provocazione: sono rappresentati, infatti, gli Stati Uniti, Israele, l’Isis e il Qatar impegnati nella celebrazione di un matrimonio tra un cowboy americano ed una sposa israeliana, alla presenza dei cattivi mondiali per antonomasia, come il Joker di Batman, il tutto officiato dal diavolo. La scena rivela l’accusa di una cospirazione tramata da Stati Uniti, Israele e Qatar che, nell’intento di trovare una nuova scusa per invadere l’Iraq, si sono resi artefici della creazione dell’Isis, il nuovo nemico. Dopo il matrimonio tra Stati Uniti e Israele, celebrato nel video, si vede venire alla luce, da un uovo, il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.


In attesa delle reazioni, il regista e gli attori rivelano grande coraggio, affermando con tutta la loro positività la speranza di un cambiamento e di una vittoria contro il nuovo sistema di terrore.


Margherita Sarno
(1° ottobre 2014)




Amnesty International: in America centinaia di morti per le pistole elettriche

Lo sapevamo tutti. La fantascienza sarebbe diventata parte della realtà. Ma ora, dopo tutti i registi e gli attori, bravi o meno bravi, strapagati o ridotti al minimo sindacale, chi lo spiega ai poliziotti che la pistola elettrica va usata con cautela? Nessuno vorrebbe ritrovarsi davanti ad un uomo con una pistola a scariche elettriche in tasca col dovere di intercalare sui contro dell’arma. Nessuno. Ma a qualcuno tocca.
Il metodo migliore in questi casi è uno e uno soltanto, ovvero la paura. E cosa fa più paura all’uomo moderno? I dati. Eh sì, i dati che ogni giorno ci vengono sbattuti sotto il naso da giornalisti, presentatori, scienziati e dalla terra stessa, ma che noi ci rifiutiamo di leggere. Amnesty Italia ci prova.


Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, che per chi non lo sapesse è una ONG (organizzazione non governativa) che si occupa della difesa dei diritti in umani in campagne come quella molto famosa contro la pena di morte, porta la nostra attenzione su dei semplici dati: dal 2001, anno nel quale sono state adottate le pistole elettriche in America, sono state uccise 864 persone. IL 90% di esse era disarmato. Ma non è tutto.


A preoccupare Amnesty non sono le proprietà dell’arma ma chi viene colpito. I poliziotti, infatti, non sanno a chi stanno puntando la pistola: l’arma può infatti rilasciare con facilità scariche multiple capaci di danneggiare l’apparato respiratorio e il cuore stesso. Vengono dei dubbi, quindi, sulla sicurezza e l’efficacia di quest’arma che non è così infallibile. Da parte sua Amnesty cercherà di mettersi in contatto con governi e istituzioni per cercare di fermare il decreto di Forza Italia sulle pistole.
Tutta la vicenda non fa altro che confermare una secolare teoria: la vita non è altro che un lungo film.


(1° ottobre 2014)




Bambini paralizzati in Colorado: ma da cosa sono afflitti?

“Cosa si deve fare quando non si sa contro che nemico si sta combattendo?”, questa è la domanda che, certamente, si stanno ponendo i medici degli Stati Uniti. È panico in Colorado: ben 9 bambini, ricoverati dapprima con sintomi di semplice influenza, si sono aggravati fino alla paralisi e a malattie respiratorie accompagnate da debolezza agli arti. 



Cosa li affligge? Non è polio: benché i sintomi possano trarre in inganno ben 8 bimbi su 9 erano vaccinati contro tale patologia. Si pensa al virus D68, ma nemmeno su questo c’è totale sicurezza. 


Per ora i medici devono aspettare, studiare, vagliare ipotesi nella speranza che questo complicato puzzle si risolva. Intanto non si sa ancora se le paralisi sono temporanee. L’appello generale è di notificare casi analoghi.

(1 ottobre 2014)


martedì 30 settembre 2014

Inchiesta Why Not, sostiene De Magistris

Cicuta o abiura? Resistere o abdicare? Sono tante le domande che ruotano attorno alla vicenda De Magistris. Dopo la condanna a un anno e mezzo per abuso d'ufficio in merito all'inchiesta Why Not, di certo i commenti bipartisan, non vengono a mancare.
“Non si dimette, attacca la magistratura, è come Berlusconi”, recitano appassionatamente in coro coloro che, curiosamente, considerano l'ex cavaliere interlocutore primario per le riforme.
“Si dimetta, ha abusato del proprio ruolo”, è invece il ritornello di chi ha considerato sinora la rossa magistratura "un cancro da estirpare". Tra uno starnazzamento e l'altro veniamo però ai fatti.


Ripartendo dalla tanto discussa vicenda Why Not: siamo a Lamezia Terme e la Why Not, azienda di outsourcing che fornisce alla regione Calabria lavoratori specializzati nel settore informatico, finisce nel mirino della Procura di Catanzaro. L'ipotesi di reato è la creazione di un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, giornalisticamente nota come “La Loggia di San Marino”. Da qui le indagini dell'allora p.m. De Magistris e del proprio consulente Gioacchino Genchi che, dopo aver iscritto nel registro degli indagati 26 persone, tra cui Luigi Bisignani, consulente della Ilte spa, il generale Paolo Poletti, capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, Nicola Adamo (Ds), in quella fase vicepresidente della Regione Calabria, Mario Pirillo (ex-Margherita, poi Partito Democratico Meridionale), assessore regionale all'agricoltura, il consigliere regionale dei Ds, Antonio Acri, incappano casualmente nei parlamentari Prodi, Mastella, Rutelli, Pisanu, Gozi, Minniti, Pittelli e Gentile. Motivo per il quale De Magistris e Genchi vengono accusati di aver acquisito tabulati telefonici, senza averli prima richiesti al Parlamento, violando così la legge Boato. Gli inquisitori dimenticano però un piccolo - grande dettaglio: come avrebbero fatto i due a stabilire in anteprima che proprio quei tabulati, rinvenuti fortuitamente da altre conversazioni, corrispondessero ai numeri di telefono dei parlamentari? Concetto evidentemente non compreso dalla maggior parte della stampa, la quale accusa De Magistris e Genchi di essersi avvalsi di intercettazioni illegali attraverso il cosiddetto "archivio Genchi". Niente di più falso: il processo non ha riguardato nessun archivio, considerato regolare nel momento in cui ogni consulente può ricevere tabulati e intercettazioni da diverse procure per indagare su eventuali reati, bensì esclusivamente tabulati telefonici, ovvero elenchi di numeri di utenze a contatto, in entrata e in uscita, con i telefoni degli indagati.



Un ruolo centrale nella vicenda lo gioca poi l’imprenditore Antonio Saladino, allora presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, il quale viene intercettato al telefono con Clemente Mastella, all'epoca dei fatti ministro della giustizia del governo Prodi 2. E proprio l'esponente dell'Udeur chiede al Consiglio superiore della magistratura il trasferimento di De Magistris: il CSM dapprima rimanda la decisione a dicembre 2007, ma alla fine, sia de Magistris che i suoi collaboratori vengono rimossi dall'inchiesta, creando di fatto un grave conflitto, senza precedenti, tra le Procure di Salerno e Catanzaro. A questo si aggiunga infine un'inquietante telefonata avvenuta tra Giuseppe Chiaravalloti, ex presidente della Regione Calabria e Giovanna Raffaelli, sua segretaria. I due al telefono parlano del pm partenopeo, nonché futuro primo cittadino di Napoli: “Questo è un pagliaccio, ha scomodato e dato fastidio a un sacco di gente, clamore mediatico. Se Dio vuole che le cose vadano come devono andare… Lo dobbiamo ammazzare… gli facciamo le cause civili per risarcimento danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana”.


E infine la profezia del governatore: “Va bè ma c’è quel principio… quella sorta di principio di Archimede che ad ogni azione corrisponde una reazione e mo’ siamo tanti così tanti ad aver subito l’azione che quando esploderà la reazione sarà adeguata”.
Bene fa dunque De Magistris ad andare avanti. Bene fa De Magistris a non arrendersi e a dichiarare che a breve renderà pubblici i verbali su quelli da lui definiti poteri forti. Bene fa De Magistris a domandarsi perché la Procura di Roma abbia emesso una sentenza per mano di un giudice, Achille Toro, coinvolto nei fatti del G8. Bene fa De Magistris a non bere una cicuta intrisa di ipocrisia e malaffare. In attesa di un appello che stabilirà finalmente che non è il sole a girare attorno alla Terra, bensì il contrario.


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(30 settembre 2014)



 

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