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Mai dimenticherò quella notte: il ricordo di Elie Wiesel

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"Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai".




Con queste parole gonfie di disperazione e di rabbia, Elie Wiesel, scrittore statunitense di origine ebraica racconta nel suo romanzo, intitolato La notte, l’arrivo ad Auschwitz. Quindicenne, fu internato con la madre, le tre sorelle ed il padre. Separato dalla donne, restò vicino al papà con il quale patì fame, dissenteria e soprattutto stanchezza. Con gli occhi di un ragazzo, inconsapevole, non capisce perché siano venuti a prenderlo, chi siano e quale sia la sua colpa. Un sonnambulo che viene destato con violenza dai tedeschi, a cui di colpo vengono strappate le speranze e sono mostrate le tinte più fosche del male. Il Giorno della Memoria ha come latente intento quello di far prendere coscienza di una delle pagine più dolorose del Novecento. 




“Volevano ad ogni costo uccidere l’ultimo ebreo sul pianeta” scrive Wiesel, che sopravvissuto ricorda l’odore abominevole e nauseabondo di carne bruciata che aleggiava nell’aria, le lingue di fuoco che sovrastavano il cielo nero ed il silenzio negli occhi stanchi di chi lacrime non ne aveva più. Condannati ad una non vita, privati della dignità, marchiati come bestie al macello. 

A-7713 era il numero di Wiesel. Non aveva più nome, non aveva identità. Non pianse vedendo il padre morire, non possedeva una tomba o una lapide su cui sfogarsi. E’ stato derubato di ogni valore autentico. Persino in Dio non riusciva a credere più, non capendo come il Signore infinitamente buono, fosse stato in grado di assistere impotente ad un tale scempio, al progetto folle di Adolf Hitler e dei suoi seguaci. 
In simili termini parlò anche Primo Levi: “C’è Auschwitz, dunque Dio non può esistere”. A noi una sola domanda tormenta: “Come è stato possibile?". Per anni gli ebrei non furono creduti, ma noi oggi sappiamo che oltre quei cancelli dei lager, milioni di uomini, donne e bambini ebrei, zingari, omosessuali e disabili furono sfruttati e sottoposti ad ogni tipo di tortura. E’ tardi forse per le vittime, perché una volta uscita dalla gola la vita non torna più indietro, ma è doveroso ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti, affinché storie come quella di Wiesel ci restino dentro e ci insegnino a guardare alla diversità come ad un immenso valore. L’Olocausto non va dimenticato. 

(27 gennaio 2014)


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