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Impara l’arte e mettila da parte. Occhio non vede, cuore non duole. Siamo il governo del fare. Riforma del sistema scolastico. Cchiù pil… no, questo no, cioè anche, ma a scuola più informatica e inglese per tutti. 

Questa non è una lista di proverbi, di baggianate, è uno spaccato sintetico di quanto può accadere in un Paese del primo, secondo, terzo, quarto mondo, vorrei capire, noi, dove siamo collocati? Ah, qui vi volevo! Non avete più scuse per dire “non lo so”, perché la Geografia sarà reintrodotta nelle scuole, sicché prendete il globo terrestre, forse non tutti hanno ricevuto questa informazione negli ultimi anni, ma la Terra è sferica, o forse i cartoni animati di certa tv commerciale hanno reso l’idea grafica di ciò, provate a calcolare un coefficiente che metta in comune parametri sociali, culturali, economici e geografici, e collocate l’Italia. Un buon mappamondo vi chiederà di servirvi di un sistema solare (chiedere a Vespa, magari ha un plastico in studio), prendere il nostro Bel Paese (che è ormai molle come il formaggio) e scaraventarlo il più lontano possibile.

Ma da dove arriva tanto astio, oggi, vi chiederete? Dall’indifferenza. E mi spiego, ma per gradi.


C’era una volta la riforma universitaria, che ci ha rovinati, tutti, nel lontano 2002. Poi l’exploit, anzi, il big bang (e non poteva essere diversamente, per un parallelismo astronomico) arrivò il ministro, che, con la sua riforma scolastica del 2008 aveva ben pensato che “affacciarsi dalla finestra, in un Paese come l’Italia, può bastare per conoscere i nostri tesori culturali”, oltre che paesaggistici, aggiungerei. E quindi? In aiuto giunse l’economo (in tema di paesaggi, il nome coincideva) e da buon consigliere fece notare a tutti che “con la cultura non si mangia”. E dunque? Il governo del fare (dire, baciare, in quel caso) decise con il placet dei beni culturali, evidentemente, impegnati, all’epoca, a contare i versi di allegre poesiole e procurare cemento armato per Pompei, insomma, il governo cancellò o ridusse drasticamente l’insegnamento di Storia dell’arte. Forse nelle facoltà di Veterinaria o Ingegneria gestionale, penserete voi. No. Nel 2009, per fare le cose con dovizia, innanzitutto, sono stati aboliti gli Istituti d’arte, poi è arrivata la riduzione nei riformati Licei artistici (che forse sono una spanna sotto la scuola di Amici della De Filippi). Inoltre, il ragionamento ha imposto la cancellazione delle 2 o 3 ore settimanali di Storia dell’arte dai bienni di Licei classici e linguistici (cosa volete che importi ad un giovane liceale classico di sapere dove fosse un’iscrizione latina o greca? L’importante è la traduzione, modello Google Translate, anzi Gogol, come diceva quel simpaticone che conosceva meglio il francese; e poi, per inciso, il latino, chi lo usa più? E il greco antico, poi? Così fuori moda! Eppure, si era in tempi non sospetti per quel che sarebbe stato il futuro giovane della politica, quello delle rottamazioni di sinistra, pensavo, ergo, che il latino fosse comunemente la lingua diffusa in Parlamento).

Per cui, tornando al concetto di in & out, via la Storia dell’arte anche dai bienni linguistici, of course, dagli indirizzi Turismo e Grafica (fila, il ragionamento, no?) dagli Istituti Tecnici (ve lo immaginate un tecnico commerciale che vuole rivendere la Fontana di Trevi? Ah, era un film, e c’aveva pensato il Principe De Curtis in Totòtruffa ‘62) e dai Professionali. La materia “Disegno e Storia dell’arte” è stata tolta dal nuovo Liceo Sportivo (chissenefrega del Panathinaikos di Atene, sapere come e quando è stato costruito, se serve, lo trova Gogol), ovviamente anche l’Istituto per Geometri ha perso le sue ore, mi sembra logico.
Cosa è successo, quindi negli ultimi anni? Che, per fortuna, intanto, le Tartarughe Ninja sono tornate in replica sui canali del digitale terrestre, e quindi, i nomi Raffaello, Leonardo, Michelangelo e Donatello, non andranno persi, per tutti gli altri, come, ad esempio Andrea (Mantegna), Paolo (Uccello), Giacomo (Balla) auspichiamo che nelle ore di Religione vengano distribuiti calendari con i nomi dei Santi. Nelle classi miste troveranno spazio anche dei compagni dai nomi un po’ inusuali, Pablo, Joan, Vasilij Vasil'evič , Vincent, Marcel. Per nomi, invece, come Giotto… ah sì, per quelli esistono i pastelli. Si dovrà solo spiegare ai ragazzi a cosa servivano i pastelli, ma i più bravi li useranno come amplificatore di segnale wi-fi per il proprio tablet. Che sollievo, problema risolto.


Solo che poi, nei giorni uggiosi, come oggi, ci si ferma un attimo a pensare che, ad esempio, “MADE IN ITALY” è il marchio più noto al mondo, più di CocaCola. E riflettendo ancora, ritorna in mente che tal MADE IN ITALY è fatto di intelligenze, di design, di moda, grafica, insomma dell’eccellenza creativa che il nostro Paese ha sempre vantato. Nel resto del mondo è sempre stato così, chi voleva il meglio, sceglieva italiano. E allora ci si chiede: ma se i nostri studenti non sapranno più nulla di queste materie, come faranno a seguire l’onda del MADE IN ITALY? Siamo spacciati! Poi, per fortuna, il neurone gira in senso opposto e ci fa ragionare meglio: i grandi economisti, i grandi imprenditori (soprattutto i famosi “self-made men”) i grandi industriali, non si fermano mica ai particolari. Loro, che hanno capito tutto, ricapitalizzando (pardonnez-moi il gioco di parole) in pochi mesi, portano gli stabilimenti di produzione in altri Paesi, diventando anche socialmente utili e internazionalizzandosi, creando partnership di grande importanza (no, non sono gli scambi di coppia), mentre in Italia arrivano le formichine cinesi, che ricopiano tutto il Made in Italy meglio della carta carbone usata nelle ore di disegno tecnico, che sporcava gli abiti e la mamma, a casa, si arrabbiava ogni settimana.
Bene, ma in Italia sembra già tutto risolto, allora! Che Paese dei Balocchi!
Solo che, ad un certo punto, quei gran rompiscatole di Storici dell’arte, intellettuali, addirittura l’associazione degli ex istituti d’arte, con l’aiuto dell’attuale ministro del Mibact, Massimo Bray, hanno iniziato un tam tam insopportabile: Rivogliamo la Storia dell’arte! Rivogliamo la Storia dell’arte!”, su giornali, siti, blog, l’immancabile Facebook, ed anche io, storica dell’arte con vista su palazzi degli anni ‘70 (lo so perché, oltre ad aver fatto chiacchiere con i vicini, a me era toccato di studiare e laurearmi in Storia dell’Architettura) mi son sentita un po’ costretta a firmare varie petizioni, sottoscrivere appelli, leggere tanti articoli in merito, quando, invece, già l’Italia e i governi avevano risolto tutto. Probabilmente a nessuno di questi professori, storici e critici d’arte andava di starsene in vacanza per tutta la vita. Si è andato avanti quasi due anni ad autografare istanze, preghiere quasi. Ma nulla. Neppure un “Vi faremo sapere”.
In questa sommossa culturale, lo scorso ottobre, precisamente nella giornata di Halloween, era giunto in Commissione Cultura Scienze e Istruzione della Camera, l’emendamento presentato da SEL, per il Ripristino della Storia dell’arte nella Scuola secondaria, tutti lì a sperare che non se ne facesse nulla, e, il governo del popolo, nulla ne ha fatto, o meglio, è stato chiaro che il Paese non può permettersi di reintrodurre la Storia dell’arte perché “significherebbe aumentare una spesa che è stata tagliata perché il Paese non è in grado di sostenerla”.
Insomma, vogliamo passare per un Paese Vintage? Questa è l’Italia, mica Carnaby Street!
Indignatevi, allora. È di moda. Tanto che, invece, per la riforma Gentile, del 1923, che vedeva nella Storia dell’arte una priorità scolastica, e fece della scuola italiana un modello di eccellenza, siamo/eravamo forse, ancora sulla cresta dell’onda nel resto d’Europa e in America. Ma che c’entra, noi ora guardiamo a Sud e a Est, infatti, la nostra linea di scuola è affiancata dall’Ocse a quella di Tunisia e Montenegro, perché noi italiani, guardiamo oltre. Che ne può sapere uno come Sarkò, che ai tempi della sua presidenza introdusse obbligatoriamente la Storia dell’Arte fin dalle elementari! Demodé!
Solo che, si sa, lo diceva anche Goethe, immerso nei flutti della melanconia che provava tra le rovine di Pompei, nel suo grand tour d’Italia (Goethe, non era un ciclista. Ah ma la filosofia c’è ancora nelle scuole, vero?) noi siamo un popolo dotato di grande sensibilità, fusione di spirito e sensi, e non poteva, dunque, mancare la nascita di un’associazione, Artem Docere che si batte per salvare la Storia dell’arte, elemento che sta svanendo come nebbia.
Ma la politica non abbandona il proprio Paese, così, il 7 novembre scorso, il Parlamento approva il decreto L’Istruzione riparte, firmataria, l’orgoglioso ministro Maria Chiara Carrozza. Il popolo esulta. Borse di studio per trasporto studentesco, fondi per connessione wi-fi (avete idea di quanto tempo impieghi, talvolta, una connessione 3G lenta, a caricare una foto su Facebook? Un ragazzo non può perdere tempo, se poi la prof, non quella di Arte, decidesse di interrogarlo?), il comodato d’uso per libri e strumenti digitali per la didattica. Forse, e dico, forse, anche la Geografia tornerà tra i banchi di scuola, e per questo, grazie a Gogol Maps, Gogol Earth, in wi-fi, uno spasso! Bene, tutto come prima. Anche la Storia dell’arte?
...     …
Anche la Storia dell’arte?


“Interrogato, il morto, non rispose”, ripeteva talvolta una mia insegnante, di Lettere però. Silenzio di tomba sulla Storia dell’arte, più una richiesta giunta in commissione il giorno di Halloween… nulla è lasciato al caso.

Se siete arrivati fino a questa riga, forse avrete anche riso amaramente di questa satira, se non ci siete arrivate siete come i twitter addicted che, oltre i 140 caratteri non vanno. E deve essere così anche nelle stanze dei bottoni, dove, quando si arriva all’articolo 9 della Costituzione Italiana (finché non verrà cambiata) che recita:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.



Chi legge si ferma a “La Repubblica”. Figuriamoci se va a capo, dopo “tecnica” .
Io sono tra quelle persone che, avendo studiato con passione Storia dell’arte, avendo appreso i primi rudimenti della materia fin dalle elementari, sapendo persino creare legami tra arte, storia e geografia, solo per capirne di più, oggi si trova in balia di essere rappresentante di un nulla cosmico. È una satira amara la mia, che ha ragion d’essere nel fatto stesso che ad essere ridicoli siamo noi, come popolo e come Paese.
Non è solo una questione di lavoro, tutti possiamo diventare “codisti”. È nata prima l’arte, poi la parola ed infine la scrittura. E c’è da ragionarci su questo. L’ignoranza non ha mai portato lontano, ha solo trascinato in basso; noi siamo già andati oltre. Peraltro, un governo che cerca di appianare la crisi, pensando di concretizzare tutto sul fattore economico, che pure pesa enormemente, non interviene sulla conoscenza, sullo spirito e sulla crescita culturale della sua gente, non è un governo valido. Se poi il discorso deve tramutarsi in soldi, danaro e guadagno, qualcuno glielo spieghi che con il patrimonio culturale e artistico che abbiamo, ci potremmo guadagnare come fa Las Vegas con i casinò.
Invece siamo un circo al collasso. E se i tagli devono colpire sempre la salute e l’istruzione, che sono i due fondamenti capitali di una società, insieme con il lavoro, perché, per una volta, non proviamo a stare fuori dal coro delle brutture politiche? Perché i soldi ai partiti sì e i soldi alla scuola no?
Perché i valori, nel nostro Paese, devono sempre essere qualcosa di irraggiungibile per tutti?
In perfetto accordo con Artem Docere e tutte le associazioni di categoria, urlo a gran voce, che c’è bisogno di ripensarla questa scuola. È un carrozzone che non va in alcuna direzione. Il Mibact sta cercando a piccoli passi di muoversi e allora il Miur faccia altrettanto. Reintroduca la Storia dell’arte, reintroduca la Geografia, riporti i programmi ministeriali ad essere completi, non fosse che per amor nostro, per quello delle future generazioni.
Se si andrà ancora verso la strada dell’ignoranza, tra qualche tempo, alle elezioni, i prossimi votanti, non sapranno più leggere i nomi dei politici da votare, non sapranno riconoscere i simboli dei partiti da barrare, perché nessuno avrà detto loro cosa e quali sono i colori e le forme. E i soldi dei partiti, pubblici, spesi per affidare a grandi agenzie pubblicitarie i propri loghi, non saranno serviti a nulla. Rischiereste, cari governatori, di perdere, in ogni caso.
La scuola va riformata, su questo non sorge dubbio. È un sistema obsoleto, va riformulata, secondo modelli più brevi, forse, che ci mettano al pari del sistema anglosassone, che non tiene i propri giovani incollati ai banchi per troppi anni. Noi, dal nostro canto, potremmo aggiungere così tanta cultura autoctona da sbaragliare tutti, e non affacciandoci alla finestra, anche perché, per capire, si deve sapere. Non si scappa.
La cultura è, di base, conoscenza. Senza conoscenza non può esserci esperienza. Se la scuola costa tanto è anche perché è antiquata nella gestione, la riformulazione e il risparmio non va effettuato in modalità “taglia tutto”. Stiamo evirando l’intelligenza, in questo modo. Nella scuola bisogna investire, ma con passione e un’ottica ragionata. Basta sprechi, certo, ma non basta materie. Non ha senso togliere l’arte e la geografia e introdurre l’inglese. Dove andrà a parlare inglese un diplomato se non sa neppure da che parte andare?
Suvvia, siamo seri, ministri, per una volta, stupiteci! Che dire, invece di una casa o uno scandalo a nostra insaputa, diteci che avete pensato ad una reale valorizzazione del nostro patrimonio. “Se queste mura potessero parlare” si dice; bene, invece che far gossip da giornaletto più venduto della settimana, lasciamo che siano i palazzi di Palladio a poter parlare, le sale affrescate dai Carracci a poterci raccontare storie meravigliose, infondiamo lo spirito a quelle meravigliose statue del Canova.
Oppure svendiamo tutto ai Russi e ritiriamoci sulla Luna (solo quelli che hanno studiato Geografia astronomica).

(5 febbraio 2014)

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