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Otium et Negotium. Lo stoicismo senecano applicato ai giorni nostri

A taluni capita di vivere nel XXI secolo per ritrovarsi a pronunciare la parola “ozio” e peggio il verbo “oziare” secondo un tono decisamente dispregiativo.
Prima di continuare, è bene soffermarsi sull’etimologia latina. Otium era per i latini il tempo libero dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici, l’opposto dunque dei negotia, per l’appunto gli affari pubblici.
Da qui la comprensione del termine “negozio”, tra i più prolifici del gergo moderno, figlio di un’era di capitali e capitalismo. Il negozio fatto di serrande, banconi, oggetti, carte: luogo fisico della negazione del far nulla. Quindi, se l’ozio è roba da nullafacenti, il negozio è l’alibi che restituisce alla salvezza.
Bene. Adesso facciamo un  passo indietro con la speranza di scrollarci le solite vacue e facili definizioni.


Il caso sembra anche piuttosto favorevole, dal momento che la crisi ci è cascata  dal cielo come la Manna, sempre fonte di nutrimento nel deserto della disperazione. Facciamo uno sforzo intellettuale e andiamo a vedere cosa ne pensavano i nostri antenati e in particolare uno dei filosofi che maggiormente si soffermarono sull’argomento e sulla sua assoluta importanza: Lucio Anneo Seneca.
Innanzitutto il passaggio a Roma dalla Repubblica al Principato determinò in lui un’evoluzione dei concetti di otium e negotium.
L’otium per Seneca e per lo stoicismo è la parte più importante della vita dell’individuo, quella in cui ricerca se stesso, si dedica alla lettura, alla formazione, alla costruzione di una morale, usa il tempo in funzione della virtù, arriva allo status di sapiens (saggio). Il contesto politico ove è possibile partecipare, con e grazie alla sapienza raggiunta, è quello repubblicano, quando il Senato è parte attiva della vita politica.


Le cose cambiano durante il Principato, quando le decisioni vengono prese dall’alto e il Senato non può più partecipare. In questo clima si sviluppano attività inutili (negotia) perché vi si dedichino coloro che non possono più avere un ruolo decisionale nella vita politica, che in età repubblicana ha a che fare con l’applicazione della virtù.
I negotia consistono in attività di spionaggio, informazioni ricavate segretamente da fornire all’imperatore, attività in cui gli uomini sono sempre affaccendati per gli altri e non ritrovano mai se stessi. A queste si aggiungono altre futili pratiche, si concedono al vino, alla libidine, alla glorificazione di se stessi: vizi che non possono fare di loro uomini liberi. Per questo motivo il saggio deve ritirarsi a vita privata, per continuare a praticare il contatto con se stesso che invece l’affaccendato perde.
Ora, qual è la riflessione? L’ozio evolve ormai da tempo verso una direzione sbagliata, sia nella definizione che nella sua applicazione. I giovani sono costretti ad attività “oziose”, non l’hanno scelto come fa il saggio per tutelarsi e non possono scegliere nient’altro. Venuto meno il vero bene comune (il lavoro, per fare un esempio) e la pratica verso di esso, si ripresenta un simulacro da situazione da principato o impero: nessuno ha più voce in capitolo ma ciascuno può occuparsi di inezie.

Sebbene i tempi siano molto diversi, le manifestazioni di ansia, deconcentrazione, spaesamento, paura, afflizione, tristezza descritte da Seneca che si riferisce a chi non sa più applicare l’ozio in ricerca della sua interiorità, sono molto attuali. E a ben guardare l’era digitale ci fa molto vicini alle stupide e inutili pratiche del periodo Augusteo: Internet è una finestra su più mondi, strumento potentissimo per i benefici, ma maledetto se si pensa all’uso che ne fanno tutti, di ogni fascia d’età. Si aggiungano poi le diverse strumentazioni tecnologiche di cui ci si ricopre per non avvertire solitudine e ansia (sempre presenti): esattamente come allora.
Alla resa dei conti, quando ci accorgiamo che bello era leggere un libro, bello era ascoltare un amico, bello era passeggiare, solo ansia e paura si presentano all’appuntamento.
Seneca era molto più acuto e critico di quanto si pensi, la sua schiettezza e capacità di far riflettere è dovuta alla direzione che fa prendere a chi legge nei suoi trattati: sebbene la critica a una forma politica sia imperante, non viene mai meno la strada indicata al lettore perché si avveda dei propri errori e arrivi ad anticiparne gli effetti.
Forme politiche restano pretesti se i primi imputati non riusciamo ad essere noi stessi.

Ecco perché quel “ritirati a vita privata” e l’invito a usare il breve tempo concesso della vita nella ricerca della saggezza, vale per tutti e in tutti i tempi. La condizione di “saggio” è sempre perseguibile, anche quando pare non possibile.
E il saggio non vive più l’ansia del tempo che scorre e logora, ma lo usa in suo beneficio, trasformandone il valore da quantitativo a qualitativo.
Allontanandosi da vacue e riduttive definizioni, possiamo dire che l’ozio è pratica della virtù, un bene per chi ne comprende il valore.
Colui che giudica non è libero e ha ancora un percorso da fare.

(6 marzo 2014)


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