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La solitudine dei selfie primi. Storie di generazioni solitarie

Lui con il faccione tondo. Una mano che sorregge da dietro il cellulare per farsi da solo la foto.


Lei piena di brufoli. Attorno non ha paesaggi da poter fotografare, eppure scatta.
Immagini ravvicinate di nulla, solo corpi mozzati, sorridenti senza contorni di luoghi riconoscibili. Apri Facebook, Twitter, Instagram, loro riempiono le bacheche senza il tuo permesso, la maggior parte nemmeno li conosci, sono amici di amici, magari nemmeno conoscenti, ma nonostante tutto pretendono di farti vedere i loro magnifici visi come se a te importasse realmente qualcosa di quell’ovale ripreso da un’immagine a duemila pixel.


Uno degli strumenti più rivoluzionari di sempre, nato nell’800 come raffigurazione di paesaggi e architettura prima, come strumento per ritrarre borghesia e popolo dopo, fino ad avere un ruolo di spicco in mostre museali e reportage giornalistici, la fotografia da mesi a questa parte ha subito un utilizzo spropositato ed anche un po’ improprio.
Paolo Giordano scrive la “solitudine dei numeri primi” raffigurando come “numeri primi gemelli” (numeri primi solitari ed isolati ma vicinissimi tra loro poiché separati da un solo numero) i due ragazzi protagonisti del romanzo che sono accumunati da stesse particolarità, attratti l’una verso l’altro ma non riescono mai ad unirsi poiché divisi da un invalicabile ostacolo.


Allo stesso modo vedo sole queste nuove generazioni che, pur di farsi vedere felici piene di “amici e follower”, scattano in solitaria foto senza alcun soggetto/oggetto se non se stessi.
Insomma, la solitudine dei selfie primi.


(18 luglio 2014)


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