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Esiste ancora l’amicizia ai giorni nostri?

“L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni. [...] Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d'amicizia: e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto. E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano. Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell'utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere. (...) L'amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (infatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi la loro amicizia dura finché essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l'amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente”.


Aristotele nell'Etica Nicomachea parla così dell'amicizia. Ma quale dei tre tipi descritti ci riguarda veramente? Senza voler cadere nella banalità di una condanna alla superficialità del nostro secolo, la questione si sposta più sullo stabilire che cosa sia l'amicizia e soltanto poi sul capire quale ci appartenga. Il nostro vocabolario si costituisce di molteplici e precisi termini che descrivono i rapporti umani. Amore, amicizia, familiarità... Eppure quanto ci è difficile rispondere ad un'analisi asettica di quelli che sono i rapporti che ci definiscono come persone?
È mia convinzione che l'essere umano non sia nato per essere solitario, ma sia profondamente connesso nella propria natura all'Altro. Per prendere in prestito le parole del grande Schultz, i Peanuts si esprimono così:


Ciò significa che la nostra intima natura, il nostro stesso dirci esseri umani non può essere un'autodefinizione che prescinda da ogni rapporto col mondo, ma è anzi interconnessa e dipendente da esso. E che sia forse proprio questa dipendenza che ci rende così restii dall'affidarci all'Altro nel nostro stesso esistere? È la storia del nostro secolo che ha posto come migliore risorsa l'individualismo solitario dell'uomo-macchina, dell'uomo non più così uomo? Non parlo né dei robot della fantascienza né dell'uso progressivo della tecnica in quelle che sono le attività più naturali dell'uomo. Mi riferisco all'uomo dis-umano, quell'uomo non più persona perché completamente slegato dall'Altro. Questa è scelta consapevole o è costrizione?




La storia della filosofia ha usato la ragione per riportare al centro del discorso un tipo umano che non fosse più l'egocentrico alla Cartesio; ma l'uomo di tutti i giorni quanto ha appreso di questo spostamento d'asse? Mi sembra che la risposta, con un po' di sfiducia, penda per la poca comprensione di questo processo. Non ci si affida all'Altro uomo, del quale forse si sente la nullità, ma ci si crede salvi e un po' in balia di un criterio scientifico - o dovrei dire tecnico? - che tutto vede e tutto salva.
Allora questa indifferenza nei confronti del mondo e degli Altri che spazio lascia all'amicizia aristotelica? È amicizia l'amicizia dell'utile e del piacere? Esiste il voler bene per il voler bene in sé? Sono ben lontana dal voler portare il discorso su una questione di apparenza o realtà al modo greco, perché quello che mi interessa e quello che credo interessi all'uomo di oggi è l'umanità qui ed ora. Ma quando parliamo di umanità, c'è qualcosa che stiamo perdendo. Stiamo perdendo l'amico, che non è un'umanità astratta ed universale, ma è un uomo in carne ed ossa, che vive nel mondo e col mondo. Chi, più di costui, è valido tanto da affidargli il nostro essere, la nostra vita?




Tutto questo è possibile? Credo con convinzione che questi siano concetti appartenenti a ciascuno di noi. Ma la loro comprensione e la loro realizzazione è possibile? Il tempo non è più dalla sua parte, ma l'amicizia del caro Aristotele forse non esiste più.


Erika Mastrorosa
(29 maggio 2015)


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