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“Non si è mai soli a credere alle cose vere”: il ricordo di Cesare Zavattini

La nostra è una società in cui non si è liberi di pensare, anzi ad essere proprio sinceri, è una società nella quale si corre il rischio di morire, senza avere mai pensato. Se ammetterlo vi costa troppa fatica, non proseguite nella lettura. Se invece, una frase del tipo “come uomo son un gran campionario di difetti” vi smuove qualcosa dentro, allora insisto perché conosciate uno scrittore, che io ho imparato ad amare. Si chiama Cesare, Cesare Zavattini, Za per gli amici.


“Scrittore” sì, ho detto proprio “scrittore”, come a lui piaceva definirsi, come indicava il suo passaporto, perché oltre ad essere stato il grande sceneggiatore che tutti conoscono, Za ha rappresentato (e lo è ancora oggi, altrimenti io non starei qui a scribacchiare!) un punto di riferimento per tanti giovani e il centro della cultura italiana per buona parte del ‘900. Giornalista, pittore, soggettista, affabulatore, fumettista, è più facile chiedersi in che cosa Za non si sia mai cimentato. Instancabile ottimista da un lato, sensibile osservatore dall’altro, sopportando a fatica siffatta condizione perché essere passivi spettatori della società era per lui una colpa grave, quanto la fame nel mondo. Animato da quel senso di meraviglia che appartiene solo ai bambini e agli artisti, ha dato alla luce accanto ai figli legittimi, film premiati e acclamati, come Miracolo a Milano, Sciuscià, Ladri di biciclette, anche quelli naturali, libri purtroppo dimenticati, come Parliamo tanto di me, Totò il buono e Io sono il diavolo.


Lunedì 11 maggio all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, in via Ostiense a Roma, è stato presentato il libro Ritratto di Zavattini scrittore di Gualtiero De Santi, critico e professore di Letteratura comparata all’università di Urbino, che ha subito detto ai tanti presenti nella sala dedicata proprio a Za, il quale ha ricoperto il ruolo di presidente dell’AAMOD fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1989: “Zavattini va rilanciato nel mercato libraio, perché è stato uno scrittore unico nel suo genere, che ha raggiunto con il suo stile risultati strabilianti e mai ripetuti”.
Durante l’incontro sono stati proiettati: La lunga calza verde di Roberto Gavioli, un cortometraggio animato realizzato per il centenario dell’Unità di Italia e Zavattini e... il campo di grano con corvi di Van Gogh di Luciano Emmer del 1972, dove Za, commentando la storia del pittore olandese, malinconicamente afferma: “Nella vita di un artista la morte non è la cosa più difficile”.


Al meeting hanno partecipato: Silvana Cirillo, professoressa di Letteratura italiana contemporanea a La Sapienza, tra le primissime studiose del luzzarese, nonché autrice della lunga e celebrata intervista, confluita poi nell’opera Zavattini parla di Zavattini, la quale ha raccontato: “Per me, come per Enzo Biagi, Za è stato un padre, un maestro, un modo di pensare… Oggi è il mio cavallo di battaglia all’università”; Stefania Parigi, docente di Cinema a Roma 3, che ha invece insistito sull’importanza di Zavattini come teorico del Cinema mondiale, e il regista Daniele Vicari, direttore artistico della Scuola di cinema “Gian Maria Volonté”, che ha descritto di quell’esperienza straordinaria che è stata il Neorealismo italiano, l’altra faccia, quella che era bene tenere nascosta, perché celava un cinema che andava verso il popolo, senza tuttavia risolverne i reali problemi e le miserie, e che rendeva insofferente Za, “l’uomo dal cuore di carciofo”, come lo definì all’inaugurazione della piazza a lui tributata presso L’Avana a Cuba, Gabriel Garcia Márquez.


La professoressa Cirillo ha affettuosamente raccontato che “un cuore solo sembrava non bastargli, sfogliavi, sfogliavi e c’era sempre passione, amore, generosità”, sentimenti di cui avremmo un grande bisogno oggi, in un Paese desertificato dalla logica sprezzante del denaro, sovrastato dalla sfinge del successo effimero, sepolto dall’imbarazzo dello stare al mondo. “Non si è mai soli a credere alle cose vere” diceva Cesare Zavattini, e io desiderio un’Italia che si ricordi di un artista che ha fatto tanto per il suo Paese, troppo, anche se in amore il superfluo non esiste, quanto nella poetica zavattiniana il banale.


(13 maggio 2015)



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