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Astensionismo in Italia, quando la politica non basta

Recita il proverbio: chi semina vento, raccoglie tempesta! Mi è subito balzato in mente leggendo l’articolo di Manuel Poletti, giovane e brillante direttore del settimanale faentino Sette Sere nonché figlio di Giuliano Poletti, Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali, che analizzava le conseguenze delle ultime elezioni regionali puntando il dito sull’astensionismo locale dilagante, imputando ciò ad un “evidente problema di classe dirigente; non bastano infatti i leader nazionali molto mediatici per risolvere problemi territoriali”.


Al contempo sulle colonne del Corriere della Sera la “prognosi-diagnosi-terapia” di un’illustre editorialista quale Dacia Maraini ha rincarato la dose: “Astensionismo figlio della sconfitta di una politica che sa solo litigare; rissosità, violenza verbale, ritorsioni, strategie, personalismi” e ancora “vince chi urla di più, chi insulta meglio, chi trova con più immediatezza il punto debole dell’avversario e gli lancia contro la freccia avvelenata”.
“Chi semina vento, raccoglie tempesta”, direbbe mio nonno: ecco il perché i cittadini non votano più nemmeno per il proprio Comune.


Certamente le cose cambiano, si evolvono, a volte in peggio, e dell’intera storia dell’umanità l’era che stiamo vivendo è forse quella più esposta ai cambiamenti. È tale lo scarto tra il mondo di due generazioni fa e quello attuale, che la quantità di anni che separa noi dai nostri nonni potrebbe venir decuplicata ed è per questo che anche dalla politica e dai suoi attori il cittadino si aspetta finalmente risultati e cambiamenti veri.


Scienza e tecnologia cancellano mestieri e ne creano altri, e star fermi non ferma il tempo, ieri c’era la lira, ora l’euro. Il mondo è cambiato, è più veloce ma, colpa di una politica maldestra, siamo ancora qua a far i conti con le mafie ed i clientelismi, come cent’anni fa. Ecco perché, anche in ambito locale, i cittadini non votano più.


(12 giugno 2015)



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