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Hermann Nitsch, arte e violenza: un binomio ormai superato

L’inaugurazione era prevista per il 10 luglio nello spazio espositivo comunale dello Zac, ai Cantieri culturali della Zisa, a Palermo. A mettere in discussione l’inizio della rassegna Das Orgien Mysterien Theater sono però le 54mila firme raccolte contro la sua apertura.


Già cancellata dalla programmazione lo scorso febbraio al museo Jumex di Città del Messico, la mostra dell’artista viennese Hermann Nitsch ha infatti incontrato anche in Italia l’opposizione di una numerosa fetta di pubblico. La petizione, proposta da un gruppo di animalisti, attacca apertamente l’utilizzo da parte dell’artista di carcasse di animali che durante le performance vengono aperte e sventrate. L’appello si rifà alla Dichiarazione dell’Unesco del 1978 secondo la quale nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo, ma Nitsch si difende affermando che le carcasse utilizzate sono di animali già morti, provenienti da macelli, la cui carne viene mangiata alla fine di ogni azione artistica.


Tra i fondatori di quello che viene definito Azionismo Viennese, una frangia della Body Art nata in Austria come reazione drastica all’accademismo del dopoguerra, Nitsch ha come obiettivo quello di indagare i processi di rimozione della mente e di sconfiggere i tabù sociali del sesso e della religione. È a questo scopo che nel 1957 teorizza “Il Teatro delle Orge e dei Misteri” (dal quale prende il nome la rassegna) nel quale l’artista ripristina il valore del sacrificio al fine di riportare l’uomo contemporaneo a un reale confronto con la vita. Le sue Azioni, come lui stesso le definisce, devono suscitare nello spettatore disgusto e ribrezzo per innescare una controreazione di catarsi e purificazione. In questi giochi rituali, che durano anche diversi giorni (nella sua abitazione viennese l’artista ha organizzato una performance di sei giorni), gruppi di persone vengono incitate a squartare bestie da soma, a tirarne fuori le viscere e a calpestarle, a imbrattare di sangue persone crocefisse e ad unirsi a un rito collettivo di frenesia basato su riti liturgici e sacri messi in scena da attori passivi, che subiscono un’azione, e attori attivi. Di teatrale però c’è solo la gestualità perché quello di Nitsch è un teatro in cui tutto è vero, dove tutto il corpo partecipa.
Corpo come tela sul quale inizialmente Nitsch stende il colore, successivamente sostituito dal sangue, ma soprattutto corpo inteso come mezzo espressivo per eccellenza per un’esternazione di malattie esistenziali. L’affinità alle contemporanee esperienze internazionali dello happening e della performance è evidente. Ad esse gli austriaci aggiungono un insistente uso di immagini e tematiche di matrice psicologistica (sicuramente derivanti dall’attività di artisti come Edvard Munch), sadomasochistica e autolesionistica proprie invece della Body Art Nuda (vedi Marina Abramović e Gina Pane). Ciò che rese davvero unica l’attività di questi artisti fu l’influenza dall’ambiente viennese del secondo dopoguerra caratterizzato da una chiusura non solo artistica ma anche sociale, antropologica e psicologica, ancora fortemente condizionata dalle teorie freudiane. L’obiettivo era quello di risvegliare gli istinti animali e primordiali fino ad allora censurati. Possibile che in circa cinquant’anni nulla sia cambiato?


L’arte, in quanto espressione, deriva dalla necessità di comunicare qualcosa, nel caso delle Avanguardie si tratta di un cambiamento, un disagio, un ammonimento. La Body Art in particolare sarebbe nata dalla necessità di risvegliare il corpo dall’apatia causata dalla sovrabbondanza dei prodotti commerciali degli anni Cinquanta e Sessanta messa in luce invece da movimenti come la Pop Art. Certo è facile per un anti-contemporaneo come Vittorio Sgarbi, fino ad ora ha artisticamente accettato solo qualche performance Neo Futurista, affermare che quelle di Nitsch siano “cose viste e riviste da quarant’anni. Vecchie. Sempre le stesse. Un lavoro superato”, ma un fondo di verità in queste critiche potrebbe esserci. Ci sarebbe da chiedersi se la ripetizione di certi schemi e codici artistici così efferati non sia ormai datata, inadatta al mondo di oggi. In fondo perfino la regina della performance, alias Marina Abramović, le ha abbandonate ormai da tempo.


(30 giugno 2015)



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