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ONU, lo scandalo dei caschi blu

Un nuovo scandalo sessuale coinvolge i caschi blu dell'ONU, gettando ancora ombre sul loro operato. Dieci anni fa un primo report aveva affrontato la questione scuotendo alle fondamenta l'organizzazione con l'accusa di sfruttamento sessuale e nuove indagini rendono chiaro che le problematiche maggiori sono ancora presenti e ben più urgenti.


Spiccano le centinaia di donne di Haiti che sarebbero state costrette a scambiare sesso per cibo e medicinali. Le missioni ONU hanno coinvolto negli ultimi anni circa 125.000 persone nelle aree più povere del mondo, Haiti inclusa, e sembra che le denunce di sfruttamento sessuale siano state messe a tacere in modo significativo in molte delle missioni. Secondo il Guardian, le stesse donne coinvolte, in caso di mancato pagamento in termini materiali, avrebbero minacciato i soldati di esporre l'accaduto. Pur non essendo ancora chiaro il numero di caschi blu coinvolti, le versioni ufficiali confermano che le accuse contro i soldati ONU sono state 51 nel corso di quest'anno, contro le 66 dell'anno precedente.


Dove trovare, dunque, una soluzione? Dalle Nazioni Unite arriva un resoconto circa lo scandalo che proibirebbe alle nazioni i cui soldati sono coinvolti nelle accuse di abusi sessualità di contribuire alle truppe ONU. Inoltre, si propone anche un lasso di tempo non superiore ai sei mesi, durante i quali il Paese di appartenenza dei caschi blu accusati dovrebbe investigare l'accaduto. Ad oggi i caschi blu possono essere processati solo in patria, ma, prendendo in prestito le parole dell'ex Presidente di Timor Est, “immunità non dovrebbe significare impunità”. La richiesta è che le nazioni coinvolte rendano pubbliche le azioni disciplinari attuate nei confronti dei soldati e le eventuali precedenti omissioni da parte dei governi.
L'ultimo scandalo coinvolge 16 membri delle truppe francesi, che sembra abbiano abusato di minori. In realtà la richiesta di un report sull'argomento da parte delle Nazioni Unite precederebbe tale avvenimento, che avrebbe riguardato i mesi compresi tra il dicembre del 2013 e il giugno del 2014 nella Repubblica Centrafricana.


In attesa che i servizi di investigazione interna dell'Onu facciano il proprio dovere, è d'obbligo una riflessione sulla tragica ironia delle azioni di questi "portatori di pace". Parola da sempre abusata, è vero, ma a questo punto bisognerebbe domandarsi quanto le missioni umanitarie altro non siano che guerre, che di umanitario hanno ben poco.
Intanto l'Ansa conferma che l'ONU ha iniziato a proporre test del DNA per dimostrare la paternità di alcuni bambini che sarebbero frutto di suddette violenze, allo scopo di offrire a questi bambini, nati in situazioni evidentemente disperate, un aiuto.


Erika Mastrorosa
(18 giugno 2015)



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