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La Grecia dice “no”, ma a che cosa? Storia di una crisi e delle mani di Tsipras

Tsipras diventa Primo ministro greco il 26 gennaio 2015, guidando un partito di estrema sinistra che punta sostanzialmente ad un audit del debito pubblico greco e ad un alleggerimento dell’austerity imposta dall’UE. Diversi mesi di trattative (ma soprattutto soldi fumanti lanciati alla Grecia) hanno portato al referendum del 5 luglio che chiedeva esattamente: “Dev’essere accettato il piano di accordo presentato da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale nell’eurogruppo del 25 giugno 2015, composto da due parti che costituiscono la loro proposta? Il primo documento è intitolato Riforme per il completamento dell’attuale programma e oltre e il secondo Analisi preliminare per la sostenibilità del debito”.


Fra le due risposte possibili (sì e no) ha trionfato il no col 61,3% dei voti. Tralasciando i miei dubbi su come dei cittadini abbiano potuto giudicare dei piani estremamente complessi leggendone solo il titolo su un pezzo di carta, ho anche qualche sospetto riguardo il gas antieuropeista che il Governo getta in giro, coadiuvato da alcuni giornali. Che i cittadini ne abbiano respirato parecchio mi sembra ovvio.


La Grecia ha bisogno dell’UE più di quanto quest’ultima abbia bisogno della Grecia. La crisi greca è iniziata (a detta di diversi economisti) quando lo Stato è entrato nell’Unione Europea. Le economie più forti della zona euro, come la Germania, hanno fatto concorrenza (molto strano effettivamente che uno Stato punti a fare soldi) ai greci e ciò li ha portati ad una notevole diminuzione delle esportazioni. Il settore secondario ha iniziato quindi a involversi e lo Stato è diventato la nonna che dà la paghetta a tutti i nipotini, assumendo vagonate di lavoratori in esubero. La situazione però non era sostenibile e siamo arrivati alla crisi. Poi, Tsipras, l’angelo venuto dal cielo per portare pace e prosperità, si è fatto portavoce del popolo che inveiva contro l’UE e il resto lo sappiamo già.


I soldi dati in prestito (seppur con tassi d’interesse altissimi/fonte WSJ) alla Grecia sono 240 miliardi di euro. La domanda che sorge spontanea è: “Se la Grecia esce dall’euro, come fa ad andare avanti?”. Tsipras, che non è stupido, sa che la vita della Grecia sarebbe ancora più complicata in caso di uscita dalla moneta unica, quindi con la mano sinistra (ogni lato ha un suo perché) aizza il popolo contro quei banditi del “Quarto Reich”; con la mano destra poi stringe mani a politici e prende i soldi che mamma Unione gli passa.


Giunge notizia poi delle dimissioni di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco; secondo alcune voci, pare che ciò sia dovuto al fatto che alcuni ministri della zona euro non lo volessero presente alle consultazioni sulla Grecia. Ora attendiamo la proposta di beatificazione alla Santa Sede come martire della crisi.
Uno scenario possibile potrebbe essere questo: la Grecia non uscirà dall’euro almeno fino alla vigente governance, piuttosto cercherà di ottenere altra liquidità per le banche in modo da sanare temporaneamente il tutto e rimandare la Grexit a tempo indeterminato.


(7 luglio 2015)



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