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L’intellettuale e il ketman: un dilemma del nostro tempo

La mescolanza delle culture, le loro congiunzioni e conoscenze, la loro impermeabilità, la loro presenza, il loro esserci, i loro differenti ritmi insegnano all'uomo molte cose. Al poeta e romanziere lituano Czeslaw Milosz diedero, prima di ogni altra cosa, il senso della distanza molto importante per un artista, in particolare, per un intellettuale in generale. Quanto le culture stanno una accanto all'altra in uno spazio dato, tanto più chiaramente è possibile percepire la loro relatività nel tempo.


“Le civilizzazioni sanno che esse sono mortali”: questa frase del poeta francese Paul Valéry non è del tutto retorica. Tuttavia (sembra quasi un paradosso), le civilizzazioni insieme alle culture posseggono una resistenza e una vitalità che, in fondo, nemmeno esse sospettano intrinsecamente. Un osservatore attento si accorge che certi archetipi culturali, connessi con l'essere più profondo dell'umanità, non possono essere distrutti. Questi archetipi si ripetono come le immagini del fiume e del cielo, del vento e della pioggia, del giorno e della notte. Resta poi da creare una poetica adeguata anche a catastrofi in grado di rovinare le culture e ciò, in modo sorprendente, per la forza stessa di resurrezione delle culture.


Nell'opera La mente prigioniera Czeslaw Milosz affronta proprio questo problema in modo diretto. Le riflessioni varie sul destino dei popoli e degli uomini oppressi dai molteplici totalitarismi e condizionamenti di ogni sorta gli consentono di pronunciare queste parole uniche e veritiere: “Eppure vi sono valori ai quali non è possibile rinunciare, altrimenti i frutti del domani, che ora maturano, si mostreranno andati a male. Io la penso così poiché, durante gli ultimi due millenni, il mondo ha visto soltanto assassini, conquistatori e sicari ma anche uomini per i quali il male era il Male e doveva essere chiamato con quel nome”. Una volta che si riesce ad immaginare la totalità del male nella storia, l'uomo può "incanutire per il terrore oppure diventare del tutto indifferente". Sembra che una "terza via" non sia data. Eppure Czeslaw Milosz apre una terza via e si chiede: come vivere avvertendo la mortalità delle culture, l'irrevocabile pena degli uomini, la potenza del male, e tuttavia vivere e superare la crudele meccanica della storia?


Czeslaw Milosz cercò la "sua terza via" fra alcune solide tradizioni. Egli, ben presto, cominciò a parlare con voce originale. Quasi fin da principio, nella sua voce si udì un fervore solenne. Ritmi ineguali, immagini ellittiche, strane visioni: in questo modo questo autore seppe conversare con il suo secolo. La penetrante compartecipazione con gli uomini, l'auscultazione del "rumore del tempo", fin da subito distinse Czeslaw Milosz da tutti gli altri artisti e intellettuali. Il totalitarismo, e non soltanto esso, ma anche ogni bruttura della storia, minaccia per prima la dimensione del tempo dell'umanità. Se tutti noi, come uomini, come umanità, vogliamo ancora avere o sperare in un futuro dobbiamo, a tutti i costi, possedere un passato. Il nostro mondo, ormai fatiscente e incancrenito, deve riottenere integrità ritornando alle proprie tradizioni e soprattutto a quello (anche se poco) che hanno prodotto di buono, di positivo. Perciò, per Czeslaw Milosz è importante il consolidamento dell'uomo fcnello spazio e nel tempo. Egli ama, così, "l'ostinata materia", sa rendere, con qualche parola appena, la sua paradossalità. E, dunque, ama anche la cultura: la percepisce come "forza vitale". Czeslaw Milosz dovette scegliere l'emigrazione poiché fu avversario di ogni totalitarismo. Il successo sociale non può giustificare i mezzi (neanche se l'esperimento riuscisse davvero). O rimanere in quel Paese dove tali esperimenti vengono condotti, o trasferirsi altrove. Quando Czeslaw Milosz decise, nel suo Paese per l'artista esistevano soltanto due possibilità: soffocamento intellettuale e morte fisica, o qualcosa di ancora peggio, il ketman. Questa parola araba, alla cui spiegazione è dedicato un capitolo intero de La mente prigioniera, nelle lingue occidentali può essere tradotta più o meno con i termini "conformismo", "ipocrisia", "assuefazione apparente" al sistema dominante. L'esempio di Czeslaw Milosz, come artista, intellettuale e pensatore ispira speranza e voglia di continuare ancora a lottare per l'Arte, per la bellezza specialmente là dove il vento delle idee non spira più e il sole dell'anima estingue, nell'indifferenza di tutti, la sua vitale energia.


Francesca Rita Rombolà
(2 luglio 2015)



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