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Dialogo di un vecchio combattente e dell’Italia

Forse per il caldo insopportabile o perché gli era venuto a noia il posto o più semplicemente perché i suoi familiari avevano dimenticato di pagare la bolletta della luce, fatto sta che un vecchio combattente, dopo quasi 60 anni di meritato riposo, aveva deciso di abbandonare il proprio loculo. Avrebbe voluto far visita alla sua vera casa, ma poi fu invaso dal timore, al pensiero che i nuovi coinquilini l’avessero ridotta ad un rudere; allora pensò di andare a fare una bella mangiata in un’osteria che era avvezzo a frequentare, tuttavia gli mancava ormai una solida dentatura e persino l’appetito non era più quello di un tempo. Insomma non è dunque così sbagliato dire che chi desidera tanto la libertà, poi non sa che cosa farsene. In ultimo, venne al vecchio combattente l’idea di fare una passeggiata per il suo Paese e proprio questa si rivelò la scelta più deludente che potesse prendere. Era più leggero adesso, il peso della carne non gli gravava più e la vista, ah di tutti i sensi, la vista è quello che dopo la morte si esalta. Tutto è più chiaro, si vedono bene anche le cose, che non sfuggirebbero nemmeno ai vivi, se soltanto vi prestassero attenzione.


Di lontano scorse un’anziana rivestita di stracci rovistare nell’immondizia e gli venne naturale avvicinarsi e chiedere: “Tu chi sei?”. E quella si voltò e con tono affettuoso disse: “Oh, vecchio combattente, sono io, non mi riconosci? L’Italia”. Vi assicuro che il cuore del soldato vacillò. “Non è possibile! Tu che eri la più graziosa delle ballerine di un teatro ben frequentato, ora sei ridotta come la peggiore delle serve?”. “Non essere indulgente, non come una schiava, ma come l’ultima puttana di un bordello, che nessuno più ama, ma che malgrado tutto si continua a frequentare. Gli uomini dimenticano anche i momenti felici e si stancano anche delle cose belle”. “Ma chi ti ha ridotto così? Mi pare ieri di esser passato a miglior vita…” disse avvilito il combattente e l’Italia con dolcezza rispose: “Vieni, ti mostro cosa ne hanno fatto di me”.


I due tenendosi per mano cominciarono a viaggiare di qua, di là, di su, di giù per lo Stato. “Come è consumata la punta del tuo stivale” – esclamò il soldato. “Proprio qualche giorno fa in Calabria un mare di fango ha trascinato via case, alberi, persone e lo stesso è avvenuto un mese fa in Toscana. Devo ammettere che dove l’uomo non ha potuto, la natura ha fatto il suo. Sono stata devastata da violenti terremoti che hanno distrutto l’Emilia-Romagna e anche l’Abruzzo, vedi di lontano è ancora tutto da ricostruire. E le persone aspettano che un nuovo giorno arrivi e che sia migliore”. “Italia mia, ma ci sono più tendopoli che quartieri”, disse l’uomo. “Dici il vero – rispose l’Italia – alcuni sono allestiti anche per i tanti emigrati, che fuggono dalla guerra, che infiamma il loro Paese e arrivano qui, carichi di speranza. Non si può lasciarli affogare nel mare, in quanto a generosità l’Italia non è cambiata. Qualche giornale scrive che questi immigrati buttano via insoddisfatti il cibo che viene dato loro, ma io non ci credo, anche perché se così fosse non solo sarebbe doloroso, ma inaccettabile, visto che milioni e milioni di famiglie italiane patiscono la fame”.
“Ma che mi dici? Qui è peggio che nel dopoguerra” urlò il combattente e poi aggiunse: “Quel palazzo malridotto sarebbe una scuola?” “Sì, vecchio combattente, e non è la sola. Manutenzione non ne fanno”. “Ma gli altri Paesi che dicono di te?” – continuò il combattente. “Oh, mi importa poco. La Francia ha avuto il suo da fare, non posso dire che navighi in acque migliori… La Gioconda me la deve ancora però! La Grecia, la terra degli dei, è ridotta peggio di una ciabatta mordicchiata da cani, che io almeno resto stivale”. “E la Germania? Il suo debito di guerra lo ha pagato?” – chiese l’uomo. “No, ma continua a essere la bambina prepotente di sempre” disse l’Italia, abbozzando un amaro sorriso. “Qui è necessario un cambiamento! Una rivoluzione!” – proseguì il vecchio. “Agli italiani le insurrezioni non interessano più! Sono diventati un saggio popolo di osservatori, si nascondono dietro le tastiere dei computer e con qualche stato pubblicato su Facebook pensano di salvarsi l’anima e di aver saziato la coscienza!”. “Computer? Facebook? Non capisco! Ma allora perché non sprofondi in un baleno e li lasci annegare questi ingrati? Esiste assassino peggiore di chi dà un dispiacere a sua madre”?
L’Italia prese per mano il vecchio combattente e disse: “Vedi quei bambini laggiù come giocano sereni? Quegli operai che escono dalle fabbriche? Quei giovani con i libri sotto il braccio che corrono all’università, anche se pensano di non avere un futuro… Sbagliano, l’Italia è in mano loro, mai si deve smettere di iniziare né di cominciare a smettere! Guarda Roma, è sudicia sì, l’hanno sporcata, eppure ogni volta che Roma si risveglia a me pare un pavone che fa la ruota, una ruota meravigliosa”.


Il soldato sorrise, ma si sentì stanco. “Quanto è triste per chi ha amato questo Paese vederlo così ridotto. Ho dovuto rispettare ipocriti per lungo tempo, ho patito la fame e la sete, ho visto in guerra l’agonia di uomini uccisi. Mai avrei pensato… No, non è questo il Paese che avrei voluto che l’Italia diventasse, che sognavo, ma non dimenticate mai quanto quella libertà, questa vostra libertà è costata”. L’uomo baciò l’Italia sulla fronte, si congedò amichevolmente e tornò da dove era venuto, amareggiato per essersene allontano.


(14 agosto 2015)



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