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Ricordando Enzo Biagi, un eroe del giornalismo

Quando un bambino tira per la prima volta un calcio ad un pallone, non immagina che qualcun altro prima di lui c’abbia provato. Poi, lo scopre e allora comincia a seguire le partite, ad andare allo stadio, a scambiare le figurine con gli amici che, come lui, si nutrono di quella stessa passione. Impara a guardare con ammirazione i grandi, quei campioni che ne fanno sempre una in più, pur di buttarla in rete… E inizia ad imitarli, a celebrarli come eroi.


Ecco, immaginate che al posto del pallone ci sia una macchina da scrivere, che le figurine siano pezzi di giornale e che gli amici siano degli articolisti talentuosi, ma senza un santo a cui raccomandarsi. Ma vi voglio fare anche il nome di uno di questi eroi: si chiamava Enzo, Enzo Biagi. Un esempio da seguire per chiunque volesse e voglia, perché il bello dei grandi è che riescono a materializzare il per sempre, accostarsi con coraggio al mondo del giornalismo, a tirare “i primi calci” in questo mestiere dove nulla è più complicato della sincerità, in cui servire tanti padroni equivale a dimenticare quello più importante: il lettore.


Enzo Biagi era uno di quelli che non sbagliava un colpo, scriveva con fede: “Considero il giornale un servizio pubblico, come i trasporti pubblici e l'acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”. Credeva nella bellezza dell’indipendenza, quella per cui la penna non si piega, ma anzi scorre più svelta: “Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà”. Grande scrittore, prima che straordinario cronista – perché non è vero che una bella pagina di giornale non sia letteratura – non dimenticava le sue origini: “Le verità che contano, i grandi princìpi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”.


Nato a Pianaccio di Lizzano in Belvedere il 9 agosto 1920, si trasferisce poi a Bologna, dove frequenta l’istituto per ragionieri “Pier Crescenzi”. Dopo aver letto Martin Eden di Jack London, capisce di voler fare il reporter: “Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un vendicatore capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo”. All’età di 17 anni pubblica il primo articolo su L’Avvenire d’Italia dedicandolo al poeta Marino Moretti, del quale si metteva in discussione la natura crepuscolare. Collabora con i più famosi quotidiani: da Epoca al Corriere della sera, da Repubblica all’Espresso. Cresciuto a pane e Cesare Zavattini, che più volte definirà come il suo maestro di vita, nel 1961 arriva in Rai, rivoluzionando il format del TG, dando maggior spazio alle vicende del nostro Paese, che lui chiamava “guai degli italiani”, piuttosto che alla politica. Quello stesso anno esce il suo primo libro Il crepuscolo degli dei, riflessione post-bellica che trae origine da un viaggio in Germania, a cui seguiranno altri eccezionali successi quali Quante donne e Cose loro e fatti nostri. Nel 2004 esce Lettera d’amore a una ragazza di una volta, un piccolo capolavoro che ripercorre con nostalgia la storia d’amore con sua moglie Lucia, scomparsa qualche anno prima. Memorabile anche come autore e conduttore de Il Fatto, approfondimento del TG1 che prende avvio nel 1995 e che viene ancora oggi ricordato come il miglior programma di giornalismo degli ultimi cinquant’anni. Spregiudicatamente libero, è accusato di “violazione della par condicio”, per aver ironizzato su alcuni comportamenti di Berlusconi che avrebbe instaurato in Italia una dittatura latente, ma viene assolto con formula piena. Dopo l’allontanamento del 2002, rientra in Rai con Rotocalco Televisivo, dichiarando in apertura: “Buonasera, scusate se sono un po' commosso, e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. C'eravamo persi di vista, c'era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro. Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose e per fortuna qualcuna è anche finita. Ci sono momenti in cui si ha il dovere di non piacere a qualcuno, e noi non siamo piaciuti”.


Chissà quante altre cose avrebbe avuto da dire il nostro Biagi, che si è spento a Milano nel 2007 a causa di un edema polmonare; e soprattutto quanto avremmo avuto bisogno noi della sua voce in tempi difficili come quelli di oggi, dove non soltanto bisogna guardare a quello che il politico ha nella testa, ma a quello che vorrebbe mettere in tasca. Ai tanti giovani che scrivono, aspettando la grande occasione, sia di monito una sua mordace dichiarazione: “Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti”.


(9 agosto 2015)



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