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“Diaz – Non pulire questo sangue”: il segno della violenza

Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia perché priva di una legge che punisca il reato di tortura, quella subita dalle vittime della strage alla Diaz. Era il 2001, la notte del 21 luglio. I fatti accaduti 14 anni fa sono segno di qualcosa di pericoloso. Sono segno di un certo modo di essere della violenza. C’è un film che, pur non essendo un documentario, è un documento a tutti gli effetti di questo modo di essere, di questo modo di essere umani.


Si tratta di Diaz, uscito nel 2012 e diretto da Daniele Vicari, il quale precisa in più di un’intervista: “Non volevo fare una ricostruzione storico-politica degli avvenimenti, ma indagarne il senso”. Ma cosa intende dire l’autore? Cosa ha tentato di fare in questo film come anche ne Il passato è una terra straniera?


C’è questa isotopia tematica che attraversa i racconti di Vicari, che siano documenti del reale o adattamenti di opere letterarie. Ciò che si è chiesto il regista è da dove viene e soprattutto dove può andare e fino a che punto può arrivare questa parte violenta dell’uomo. Il senso è racchiuso in un geniale espediente cinematografico. Esiste una scena, una sorta di leitmotiv di tutto il film, in cui è concentrata l’unica risposta che Vicari offre agli spettatori. Non ha preso posizioni e la critica l’ha accusato di aver decontestualizzato la vicenda, non ha cercato colpevoli ma ha raccontato le vittime. Attraverso il linguaggio del cinema Vicari fa un’affermazione, l’unica davvero importante: ci dice che le torture che le persone coinvolte nella strage hanno subito sono ingiustificate quanto ingiustificabili.


Ma come tradurlo in immagine? Il pretesto della bottiglia scagliata contro la volante della polizia è congelato in una scena chiave che ritorna più volte nel testo, in modo da marcare l’insensatezza delle azioni delle forze dell’ordine. Nei primissimi fotogrammi una voice over (“This is the first mass movement in the history that isn’t asking nothing for itself. We are demanding justice for the entire world”) accompagna l’immagine in slow-reverse motion di una bottiglia che, dal pavimento su cui giace in mille cocci, si ricompone per tornare nelle mani del ragazzo che l’ha scagliata. La camera effettua un movimento all’indietro che rima con il flashback introdotto da questa scena d’apertura. 


Questa stessa sequenza si riproporrà tre altre volte durante il film, proprio come una punteggiatura, come a ripeterci ossessivamente: “Per quale motivo”?


Mariateresa Antonaci
(15 settembre 2015)


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