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Disastro all'italiana sulla Kyenge

Ogni tanto, smanettando con internet, apro ‘Governo Italiano’, e cazzo cosa mi viene fuori, la Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali, per l'amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie, e tutto il resto. I lupi anche c'ho avuto. Però quando vedo uscire... Delle sembianze di oranghi, io resto ancora sconvolto”.


Era il 13 luglio 2013 quando il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, ha pronunciato queste profonde, intelligenti ed inoffensive parole. Uso tre aggettivi non per caso. I buoni studiosi di retorica politica conoscono bene la "regola del tre", secondo la quale il susseguirsi di tre aggettivi o comunque tre espressioni linguistiche simili rende il discorso molto efficace. E cosa c'è di più efficace delle parole di Calderoli per dimostrare l’idiozia di un Paese che non conosce altro rispetto a se stesso? Anzi, ancor più grave forse, non conosce neanche se stesso. Se l'Italia che Calderoli rappresenta avesse una minima coscienza di sé sono certa che l'Italia di Calderoli avrebbe vita breve. Eppure così non è. Questa è l'Italia che vive, che respira e che rimane impunita.


Secondo il Senato italiano, nelle parole pronunciate da Calderoli nei confronti della Kyenge non c’è discriminazione razziale e, per questo, ha respinto l'autorizzazione a procedere in Tribunale in forza della Legge Mancino, che persegue l'istigazione all'odio razziale. Il messaggio del Senato è piuttosto triste. Non voglio dire "vergognoso" perché questo aggettivo è abusato e in questo caso trovo sia di poco impatto. Sono triste e amareggiata, un po' come ha detto di sentirsi la Kyenge stessa. Ma cerchiamo di essere comprensivi nei confronti di una decisione del Senato, sicuramente ponderata e portata avanti da uomini che di legge sanno senz'altro più di me. Le parole di Calderoli non sono discriminatorie, non istigano nemmeno all'odio razziale. E se fossero le parole isolate di un uomo direi semplicemente che sono la produzione di un idiotismo senza eguali che, per sfortunate coincidenze, si è trovato ad essere incarnato da una figura pubblica.
La mia amarezza nasce dal fatto che l'esagerazione che Calderoli rappresenta è pubblica proprio perché condivisa. La mia tristezza è causata dalla consapevolezza che un Paese tanto glorioso come l'Italia è guidato da una classe politica perfettamente rappresentativa del proprio popolo. Inutile nascondersi dietro il vittimismo del controllo di una casta, della disonestà del sistema. Quello stesso sistema che accusiamo siamo noi stessi, ma non ne siamo consapevoli. Siamo consapevoli di quanti italiani pensano e rivolgerebbero le stesse parole di Calderoli nei confronti del primo ministro di colore che l'Italia abbia mai avuto? Siamo consapevoli della disonestà di un popolo che non assume su di sé nemmeno la responsabilità di guardarsi attorno e cercare un futuro che sia tale, e non una vana accusa nei confronti di qualche capro espiatorio?


Sono amareggiata, perché affinché l'Italia costruisca un futuro, discriminazione e razzismo non devono avere spazio, ma il voto del Senato ha dimostrato il contrario. La causa della Kyenge riguarda il voto di oggi, ma riguarda anche il voto di domani. Che speranze ci sono per un Paese in cui le parole di chi Calderoli rappresenta sono giustificate? Che il senso delle parole sia stato perso è ovvio, ma forse non avevo ben chiaro fino a che punto. Ho l'idea che la parola non sia solo il frutto di una convenzione tutta umana, ma sia intrinsecamente legata alla realtà ed abbia un potere unico. Il dono della parola che l'uomo ha – che sia per intelligenza evolutiva o per grazia divina adesso non ha importanza – è del tutto sprecato se ad esso non si assegna un valore supremo che porta con sé la responsabilità del proprio peso.
Con questa consapevolezza dico, senza timori, che i Calderoli italiani non hanno più spazio per me, non devono. E prima o poi non lo avranno più per nessuno.


(21 settembre 2015)



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