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Il business delle informazioni nel mondo contemporaneo

Durante l’arco di tutta la nostra giornata siamo immersi nelle informazioni, le generiamo, le manipoliamo, ne siamo talvolta vittime più o meno consapevoli (si registrano sempre più cause legali per l’uso improprio dei social network come Facebook). Spesso non sappiamo dare un peso ed una reale importanza al valore delle informazioni. Eppure le informazioni su di noi valgono e molto.


Pensiamo tutte le volte che andiamo a fare acquisti e ci chiedono la “carta fedeltà” o “sconti”; per un piccolo risparmio diamo la possibilità all’esercente di sapere non solo chi siamo, il nostro numero di telefono e mail ma anche cosa comperiamo e con quale frequenza. Informazioni preziose che verranno archiviate in database e rivendute alle aziende di marketing per fare opportune campagne di veicolazione sui futuri acquisti. A livelli più profondi può capitare di andare in banca per scambiare un assegno e vedersi fare la richiesta di scannerizzazione della retina (a me è capitato). Questi dati, ho appurato, sono venduti a gestori di database americani che, all’occorrenza, li usano anche in azioni di intelligence. L’informazione in definitiva è ormai il cardine delle nostre vite.


Qualche giorno fa Facebook ha connesso un miliardo di persone: una su sette si stava scambiando dati ed informazioni nel mondo. Servizi di chat come WhatsApp e Twitter sono entrati nel nostro quotidiano. Ma anche queste conversazioni sono tracciate, conservate e studiate. Nei Paesi arretrati a tutto si rinuncia ma non allo smartphone. È l'unico prodotto anticiclico. Un quotidiano economico ha stimato che i dati personali possono valere, per i manipolatori del mercato della pubblicità, fino a 400 dollari per Google e circa 200 dollari per Facebook. Tra qualche anno varranno di più le informazioni che prodotti strategici come gas e petrolio.


Per contro, in Italia ma non solo, i prodotti editoriali su carta hanno fatto registrare negli ultimi cinque anni una flessione di più di due miliardi di euro. Proliferano invece le testate online. Tuttavia va detto che questa massificazione dell’informazione può avere un risvolto molto negativo e spesso trascurato. Poiché le fonti dalle quali scaturiscono le notizie sono sempre più “soft”, diminuisce la loro qualità e veridicità ed aumenta il “chiacchiericcio”, il “rumore di fondo”. Si assistono allora a fenomeni fuorvianti, di disinformazione che alimentano il cosiddetto “complottismo”. I siti “complottisti” sono innumerevoli e talvolta amministrati da ex giornalisti. Quest’ultimi, confezionando ad hoc le notizie, inducono il lettore a pensare che spesso gli accadimenti che succedono sono frutto di disegni oscuri, di trame nascoste e diaboliche. Di questi personaggi bisogna diffidare perché abili nel plagiare le menti del lettore sprovveduto.


Ludovico Polastri
(4 settembre 2015)



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