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Istinto ed evoluzione: uomini o animali?

Le statistiche più recenti raccontano che il numero dei divorzi supera di gran lunga quello delle unioni che restano tali fino a che morte non le separi. Eppure le coppie continuano a formarsi, che si tratti di matrimoni o di convivenze, qualche ragione deve pure esserci alla base di questo istinto che tutti nutriamo e che ci spinge a legarci.


Ma i legami, si sa, possono rivelarsi deludenti e trasformarsi in crisi, scappatelle occasionali o tragedie a tutti gli effetti. Secondo gli studi delle discipline evoluzionistiche, una delle fondamentali differenze rintracciabili, in termini di comportamento sessuale, tra maschi e femmine risiederebbe nell’opposizione “moderazione vs promiscuità”. La causa parrebbe risalire a miliardi di anni fa, quando alcuni caratteri e alcune tendenze si sono affermate come idonee, adatte. Di volta in volta la selezione naturale ha “selezionato”, appunto, certi comportamenti, perché maggiormente utili ad affrontare determinate situazioni e, in ultima analisi, perché vantaggiosi in un’ottica della conservazione della specie.


La femmina ha da sempre avuto bisogno di moderarsi sessualmente preferendo la monogamia, al fine di assicurarsi la sicurezza e la protezione del compagno scelto come più forte. Gli evoluzionisti sostengono che la promiscuità sessuale sia invece tipicamente maschile: rappresenterebbe il modo per conservare la specie e garantire una prole geneticamente diversificata. I maschi non trarrebbero alcun vantaggio dal restare legati ad una sola compagna perché impedirebbe loro di continuare a riprodursi. C’è sicuramente, in queste teorie di matrice darwinista, una sorta di facilità a ridurre la problematicità caotica della questione a un fatto naturale. Ma c’è di più, se questa è la convinzione più comune alla base di questi studi, esiste un’idea ancora più sconvolgente.
Kristen Hawkes, antropologa americana, ha condotto uno studio nel 1987 sugli hadza, un gruppo etnico della Tanzania. Osservando la peculiarità del ciclo riproduttivo umano, il quale prevede una brusca interruzione delle capacità riproduttive femminili che non interessa nessuna altra specie animale, è giunta ad una conclusione spiazzante. La coppia che si sarebbe evoluta, poiché vantaggiosa in termini evoluzionistici, sarebbe quella formata da donne imparentate tra loro, più precisamente madre e figlia. Quando una donna raggiunge la menopausa, sua figlia è in procinto di riprodursi. Dunque a prendersi cura della prole, secondo questa teoria, non dovrebbero essere i genitori, ma la nonna e la madre.


È davvero possibile che i papà non abbiano nessun ruolo? È davvero possibile che l’istinto sessuale maschile governi a tal punto gli uomini da spingerli alla ricerca continua di nuove partner non appena portato a termine l’incarico della natura? Se riduciamo tutto a mere tendenze istintive, in cosa esattamente dovremmo distinguerci dalle altre specie?


Mariateresa Antonaci
(22 settembre 2015)



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