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La prima luce: una storia dei nostri giorni

La prima luce è il nuovo film di Vincenzo Marra presentato all’ultimo Festival di Venezia con un buon successo di critica. Marra è uno dei registi più interessanti del panorama italiano e lo dimostra anche con questo film che è uno psicodramma che non strappa lacrime.


Trama
I protagonisti sono Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez e Gianni Pezzolla. La prima luce è la storia di un fallimento di un amore amplificato dalla separazione da un figlio. Marco (Riccardo Scamarcio) è un presuntuoso e maschilista avvocato che vive a Bari insieme alla compagna Martina (Daniela Ramirez) e al loro bambino Mateo di sette anni; il legame tra i due è irrimediabilmente logoro e Martina vive una grande alienazione e depressione. Decide così di lasciare tutto e di tornare nel proprio Paese senza però dire nulla al suo compagno e senza lasciare tracce. Inizialmente Marco spera in un loro ritorno e non si preoccupa, ma poi subentra in lui la disperazione per la separazione dal figlio. Anche lui decide di partire alla ricerca di Mateo e Martina andando in Sud America, a Santiago del Cile, un mondo a lui sconosciuto e ostile che accentua la sua disperazione e solitudine.



Commento
Il film narra di un tema delicato, la contesa dei figli dopo la fine di un rapporto sentimentale aggravato anche dalla diversa nazionalità e dalle fughe di uno dei due genitori. È la storia della globalizzazione e dei pro e contro che comporta e che Marra ha trattato con estrema intelligenza. Il sentimento che si vive in tutto il film è il disagio che i due protagonisti vivono nei Paesi che li ospitano e la sceneggiatura supporta bene questo disagio creando una atmosfera essenziale, pulita e senza sentimentalismi inutili. Marra ha avuto la necessità e consapevolezza di raccontare si un dramma ma senza lacrime né esagerazioni.



Una curiosità del film è che il Paese nel quale Marco arriva non viene mai nominato, proprio per creare una storia dal sapore universale e anche per creare un maggior smarrimento e senso di impotenza dei protagonisti. Il film vive di sentimenti trattenuti ma ugualmente intensi, di tensione ben sopportabile dallo spettatore, come se fosse una tensione reale e palpabile; Marra è riuscito a lasciare fuori facili luoghi comuni e banalità sottoculturali. Il tono è pacato e sobrio con buone interpretazioni e una sceneggiatura scritta dal regista stesso con Angelo Carbone il cui punto forte è la narrazione asciutta, intensa ma senza sermoni giuridici sull’uno o sull’altro Paese. L’intuizione del regista è stata quella di sottrarre l’emotività a tutto il contesto del film che lo avrebbe portato inesorabilmente al melodramma, preferendo un percorso dei sentimenti basato sulla crescita graduale delle proprie responsabilità.



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(22 settembre 2015)



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