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Quando l’amore diventa “malato”: i giochi psicologici

Molte azioni vengono compiute per amore. A volte anche azioni sbagliatissime, ma che vengono giustificate dalla frase “l’ho fatto solo per il tuo bene”. Spesso queste frasi ci fanno provare un senso di fastidio, piuttosto che il calore dell’affetto, e magari ci “penalizziamo” (o veniamo penalizzati) proprio per non essere in grado di provare questo affetto, per non saper essere riconoscenti di fronte ad un atto di amore.


Forse il nostro istinto però ha più ragione del nostro cervello, perché molto probabilmente ci troviamo di fronte ad una trappola psicologica potentissima, una forma di manipolazione mascherata da eccesso di amore. Le dinamiche relazionali, soprattutto quando si tratta di relazioni primarie, cioè legami profondi, che durano nel tempo e con forte coinvolgimento emotivo, possono essere contorte, e non sempre positive.
A volte, inconsapevolmente, è tanto il bisogno di essere “riconosciuti”, di essere ascoltati e presi in considerazione, che si preferiscono delle interazioni sociali poco positive piuttosto che trovarsi in completa assenza di riconoscimento. Un po’ come capita al bambino, che magari compie la marachella pur di essere “visto” dal genitore, perché la sgridata è meglio della indifferenza.


Si vanno così a creare quelli che l’analisi transazionale definisce i “giochi”, i quali, nonostante il nome, non sono per niente piacevoli. Forse qualcuno di voi avrà letto A che gioco giochiamo di Eric Berne, fantastico libro che ne descrive alcuni, i più comuni.
Durante i giochi, quindi durante queste interazioni sociali poco spontanee, e apparentemente poco positive, ma che danno comunque un tornaconto in termini di riconoscimento, le persone si trovano spesso a non essere pienamente spontanee, ma vanno a rivestire dei “ruoli”. I più comuni sono quello di vittima, persecutore e salvatore. È abbastanza intuitivo capire di cosa si tratta.
La vittima, in particolare, è molto abile nel manipolare, e nell’instillare dei sottili sensi di colpa, giocando sulla sua debolezza. Dove si trova una vittima, si trova anche un persecutore, quindi una persona che si pone in maniera diametralmente opposta, cioè autoritaria ed aggressiva. Sarà proprio il “farsi vittima” di una delle due parti, a rinforzare il comportamento del persecutore. Dove si trovano persecutore e vittima, si trova spesso anche il salvatore, quindi quella persona che si prodiga per salvare la vittima.


Anche “l’ho fatto solo per il tuo bene” rientra un po’ in questa categoria, perché chi lo pronuncia tende così a farsi vittima, inducendo nell’interlocutore solo due possibilità: o fare il persecutore (quindi non riconoscere il suo amore) o fare il salvatore (e quindi rivalutare l’azione compiuta per il bene altrui).
Possiamo riconoscere queste tre figure, anche in altre innumerevoli situazioni, non solo nella vita quotidiana ma anche nella letteratura, nel cinema, e così via. Forse possiamo riconoscere anche noi stessi, in questa dinamica, e capire che di volta in volta possiamo andare ad assumere posizioni diverse: una volta saremo la vittima, una volta il salvatore e una volta il persecutore.


(24 settembre 2015)




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