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Centri commerciali in Africa: quali cambiamenti?

“Qualche volta mi sono posto il quesito: l’Africa nera, in senso storico, è più vecchia o più giovane dell’Europa?”. Così esordiva Alberto Moravia in una delle più belle pagine mai scritte sul continente nero. La risposta di Moravia, piuttosto articolata, si risolveva in un saliscendi di considerazioni e si apriva infine all’unica soluzione possibile: “[…] gli africani sono insieme giovani e vecchi, cioè la cultura dell’Africa è arcaica e al tempo stesso il suo innesto nel mondo moderno è ancora problematico e immaturo”. Le riflessioni, lucidissime, di Moravia risalgono ormai all’inizio degli anni ‘70. Oggi, lo sguardo illibato del giovane africano dinanzi la modernità va assumendo sempre più i tratti maturi dell’ottica occidentale.


Come infatti riportato da CNN.com in data 2 ottobre, i principali centri urbani dell’Africa sud-orientale stanno attraversando quello che a ragione si può definire un autentico boom edilizio, caratterizzato dal rilevante sviluppo di importanti centri commerciali. A Midrand, tra Johannesburg e Pretoria, nell’aprile 2016 verrà aperto al pubblico il “The Mall of Africa”: più di 130.000 metri quadri di area commerciale, la più imponente dell’intero continente Africano.
Parte di quelle zone che vivaci si dipingevano agli occhi di Moravia in “strade di terra rossa come carne macellata di fresco, ombreggiate da alberi di un verde grasso e cupo, sotto un cielo senza nuvole”, saranno destinate ai 62.000 metri quadrati di superficie commerciale, con parco acquatico annesso, del centro “Two Rivers” a Nairobi. La costruzione di questa shopping-area sta inoltre comportando la realizzazione di migliaia di parcheggi auto, strade e reti elettriche. Nairobi già rappresenta quasi la metà dell’economia keniota ed il “Two Rivers” si erigerà come il centro commerciale più grande dell’Africa orientale.  
Si tratta di interventi che contraddistinguono una nuova e viva civiltà industriale, ai quali presto si accompagneranno sensibili investimenti edilizi in Ghana, Uganda e in Tanzania.


Il volto caldo e sempre uguale dell’Africa sta mutando, e probabilmente è giusto che sia così. Ma ci è consentito di andare più a fondo. Imponenti costruzioni in piena logica occidentale non solo rimodellano l’epidermide del più antico tra i continenti, ma si protraggono ad insidiare le regioni più remote del suo cuore. Le case perfettamente costruite in stile europeo o americano, lasciavano pur sempre spazio al groviglio pulsante dell’identità africana: il mercato. Il mercato ha costituito per secoli il punto di incontro culturale, cultuale, politico e quindi relazionale dei popoli africani. A vivificare il mercato v’è stata e vi è la parola, lo strisciante gesto verbale nel caos spietato e ondeggiante di individui, viaggiatori e di merce esposta in terra o su decine di bancarelle. Lo stagliarsi dei suddetti poli commerciali andrà via via spegnendo “l’atmosfera febbrile, eccitata, festiva e panica” riportata nelle incursioni moraviane nei mercati di Accra, Nairobi o Kano. La polvere, il rumore, l’istintualità delle danze lasceranno presto il passo alle file più o meno ordinate degli ipermercati, piuttosto che al consumo di merci sempre più in linea con gli standard ed i marchi delle zone più produttive del pianeta.


Da un punto di vista sociologico ed antropologico sarà interessante registrare la reazione del popolo africano. A questo sviluppo si accompagnerà una risposta consapevole? I processi di modernizzazione e di industrializzazione saranno semplicemente subiti o finalmente perseguiti? In una parola, la vitalità africana profonda – che abbiamo prima esemplificato nell’immagine del mercato – così avvolta per secoli nella ritualità, nella danza, nella magia, come si relazionerà al nuovo che avanza perentorio? Le ipotesi di risposta sono molteplici, troppe e troppo lunghe per un articolo di giornale. Una piccola certezza possiamo però ritagliarcela. Nell’ultimo controverso film di Jean-Luc Godard, Addio al linguaggio, una domanda rimbomba puntuale nel disordinato scorrere delle immagini: “È possibile produrre un concetto di Africa?”. La nostra risposta risulterà nel tempo sempre più articolata e sempre meno legata a stereotipi.


Antonio Parisi
(30 ottobre 2015)


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