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Cinema e memoria: quando la finzione narrativa oltrepassa il limite

Dal 1895 fino ad oggi il cinema ha permesso di raccontare storie. Fin dalle origini c’erano quelle finte, iniziate con i trucchi di magia di Méliès e quelle vere, che i Lumière hanno congelato sulle prime pellicole in bianco e nero.
Questo strano meccanismo, che consente di inventare oppure di riprendere la realtà così com’è, ha generato, a un certo punto della sua evoluzione, un polveroso dibattito. Non si sapeva il modo in cui parlare di ciò che era successo. Si temeva di ridurlo, di minimizzarlo, di distorcerlo, di zuccherarlo o di cambiarlo. Sì, si temeva che un film o un documentario potessero cambiare la storia, potessero cancellare il segno che un evento come quello della Shoah aveva lasciato.


E in effetti, se ci si pensa bene, questo è uno dei poteri dell’arte e dei mezzi di comunicazione in generale. Essi producono discorsi intorno a qualcosa, e così facendo, anzi, così dicendo, rischiano di deformare ciò che è realmente accaduto. E lo fanno, lo fanno sempre. Semplicemente, in alcuni casi, occorre pensarci prima, occorre pensarci bene.


Cito come esempio un film del 1997 molto apprezzato dal pubblico, vincitore di ben tre premi Oscar: La vita è bella. La vita è bella riduce, minimizza, distorce, zucchera, ma soprattutto cambia la realtà, la storia, una pagina del passato che, come dicevamo prima, ha messo in crisi il cinema. Ci si è interrogati a lungo sulla possibilità o meno di parlarne, della Shoah, sul diritto del cinema di far vedere l’orrore. La critica cinematografica si è chiesta se si trattasse o meno di qualcosa di rappresentabile. E si è chiesta pure come rappresentare senza generare equivoci, irresponsabilità, conseguenze spiacevoli.
Ecco, le conseguenze spiacevoli de La vita è bella sono due in sintesi: i giovani privi di una ben radicata memoria storica possono aver creduto a quella favola e, conseguenza della conseguenza, averla poi tramandata alle successive generazioni. Primo Levi ha scritto Se questo è un uomo. No, le vittime del concentramento prima, e dello sterminio poi, non erano più uomini. L’annientamento psicologico non avrebbe mai consentito al personaggio interpretato di Benigni di essere così come Benigni ci fa vedere.


E allora ci meravigliamo di Miss Italia che nel 2015 esprime il desiderio di rinascere nel 1942? La Storia è importante, se permettiamo alle storie di raccontarla male, di ridurla, di minimizzarla, di zuccherarla, ma soprattutto di cambiarla, cosa pretendiamo da giovani ormai educati più dai mezzi di comunicazione che dai libri?


Mariateresa Antonaci
(4 ottobre 2015)



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