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La camera rossa del parto

In tempi preistorici, cioè molto prima dell'inizio della civiltà comunemente intesa, con città-fortezze, scambi commerciali fra un popolo e l'altro, abiti pregiati, corazze lucenti e spade di ferro resistenti agli urti più violenti, il culto della Grande Madre primordiale era diffuso ovunque e godeva di un prestigio enorme. Poco si sa ancora dei riti e dei culti ad essa legati essendo probabilmente, questi ultimi, di natura misterica e iniziatica. Uno, in particolare, giunge fino a noi da quel passato lontanissimo fatto più di ombre che di luci, poiché vi permangono tracce materiali miste a una costante e continua memoria ancestrale fatta di simboli e di figure rivelatrici e interpretabili giunti fino a noi.


Si tratta del rituale del “parto nella camera rossa degli ipogei”. La donna incinta, al momento del parto, sembra quasi assidersi in trono al centro della camera circolare sorretta da due possenti colonne portanti poste all'ingresso. Le pareti, il soffitto e il suolo sono dipinti di rosso: scarlatto o porpora, iridescente o scuro; offerta naturale e spontanea di sangue umano o animale. Per accedervi si scende al di sotto del livello del suolo, attraverso scalini scavati nella roccia o sentieri di terra battuta che portano direttamente al sottosuolo. Di questi ipogei, luoghi di culto nascosti ai profani, risalenti al periodo preistorico, gli archeologi ne hanno scoperti diversi, soprattutto in Anatolia, a Boğazköy nell’odierna Turchia.


Il culto praticato in questi rozzi ipogei era, in un certo qual modo, cruento e quasi orrifico e fungeva da iniziazione ai giovani maschi in età di imbracciare le armi e diventare guerrieri. Dunque la donna, gambe divaricate e ventre prominente, aveva, diciamo così, il compito importantissimo di “atterrire” gli adolescenti maschi presenti in tutte le fasi del parto, dal principio alla fine, con l'esibizione ritmica e accentuata del suo sforzo sanguinoso di espulsione del bambino dall'utero. I suoi lamenti continui o le sue urla di dolore, per le contrazioni e gli sforzi sempre in aumento, erano coperte dalle urla di esaltazione virile, ancora più forti e acute, dei ragazzi eccitati alla vista di un qualcosa di terrificante, di sconosciuto, di misteriosamente e prettamente femminile. Essi raggiungevano in questo modo la virilità: pregni di sangue e di umori femminili, vivendo l'attimo culminante del nascere per prepararsi, in fondo, all'istante culminante del morire. Perché la Grande Madre, e la donna in generale che ne incarna la sostanza e l'archetipo, ha il potere di dare la vita come di stimolare o sensibilizzare la morte.


Infatti, a parto appena avvenuto, il bimbo piange per suggellare la sua entrata nel mondo, ma può essere immerso anche in un cupo silenzio che non sarà mai rotto dal suo primo vagito. Vita e morte si compenetrano dunque e sono uniti fin dal principio nell'essenza dell'uomo. Il rosso della camera ipogea acceca, stordisce, esalta, fa delirare. Il rosso del sangue, elemento del profondo, che predomina su tutto: matrice inconscia e divina di vita e di morte. La sacralità del rito forse sta proprio qui. Questi ipogei con la camera rossa centrale si trasformeranno in templi dove il sacrificio, che ivi si consuma, è sempre un'offerta di sangue e di dolore al mistero della donna dispensatrice di vita e di amore ma, allo stesso tempo, di morte e di dissoluzione finale.


Francesca Rita Rombolà
(21 ottobre 2015)



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