Ultime Notizie

“Non sono fatti miei”: il ruolo di chi sta a guardare di fronte ad una violenza

Mobbing, stalking, bullismo, nonnismo: si parla sempre più spesso di queste dinamiche relazionali, che possiamo senza dubbio definire “malate”. Sono dinamiche mirate alla distruzione psicologica della vittima designata. A volte, i responsabili di queste azioni sono dei singoli, a volte si tratta di un gruppo. Leggiamo sempre più spesso di episodi che fanno accapponare la pelle.
La psichiatra francese Marie-France Hirigoyen, nel suo libro Molestie morali, esamina queste situazioni da un punto di vista pratico e psicologico. È un libro impegnativo, dal punto di vista emotivo, ma è uno di quei libri che consiglierei a chiunque.


Vorrei soffermarmi però su quella che è una dinamica altrettanto malsana, che si sviluppa parallelamente all’episodio maggiore: esaminiamo cosa succede allo spettatore, quindi alla persona che assiste ad episodi di mobbing, di stalking o di bullismo, che percepisce ciò che sta succedendo e si dice “non intervengo, non sono fatti miei”. Si tratta di un atteggiamento dettato probabilmente dalla paura, che porta la persona a prendere le distanze dal fenomeno. Se, infatti, ci rendiamo conto che, ad esempio, nel nostro ufficio si verificano periodici “attacchi” contro qualcuno, si può pensare che restarne al di fuori sia il miglior modo per non rischiare di diventare poi, in un prossimo futuro, vittime della stessa situazione. Si tende quindi a volte a minimizzare il problema, a dirsi (e a dire) che, tutto sommato, forse la vittima non si è comportata bene oppure che potrebbe difendersi da sola.


A livello psicologico, però, da questo ragionamento al dirsi che alcune forme di violenza morale sono “normali e ogni tanto succedono”, il passo non è lungo. Lo spettatore si trova a modificare la sua struttura mentale: per poter far fronte a quella che gli psicologi definiscono “dissonanza cognitiva”, cioè una differenza tra quello a cui assistono e i propri principi morali ed etici, sono costretti a vedere come “normalità” tutto quello che, invece, di normale non ha proprio niente.


Lo spettatore, in questo modo, è la persona che, con la sua presenza silente, va indirettamente a ratificare il comportamento molesto e violento. E, forse, si troverà a replicare comportamenti simili anche nella sua vita privata, potrebbe appunto andare ad assorbire la aggressività a cui assiste quotidianamente e a cui ormai ha dato una giustificazione di “normalità”.


(21 ottobre 2015)



Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.