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Vivere la vita offline: ovvero i fantasmi della generazione 2.0

L’identità individuale viene a formarsi attraverso le relazioni con le altre persone. A partire da una manciata di essenza con la quale nasciamo, il nostro carattere e le nostre scelte comportamentali sono continuamente modulate da tutto ciò in cui ci imbattiamo. Persone, cose, situazioni, insegnamenti, divieti, emozioni, difficoltà e chi più ne ha più ne metta. Nel momento in cui le relazioni interpersonali diventano sempre più mediate da una serie di dispositivi straordinari, in grado di tenerci collegati con un numero sempre maggiore di “amici”, “followers”, “membri di un gruppo su WhatsApp” eccetera, è bene chiedersi di che pasta siano fatte queste relazioni.


Senza volersi schierare dalla parte dei nostalgici che si pongono, inutilmente, contro tutti i cambiamenti apportati dal progresso tecnologico e culturale degli ultimi anni, occorrerebbe ugualmente riflettere su un paio di cose. La frammentarietà delle relazioni online porta con sé una tendenza alla distrazione costante, imprescindibile da una modalità comunicativa in cui interagiamo attraverso testi di un numero molto limitato di caratteri. Non siamo davvero concentrati mentre rispondiamo ad un messaggio su WhatsApp, a causa della contemporanea necessità di rispondere ad almeno altri dieci messaggi, di leggere notifiche provenienti da altri social network, di aggiornare lo stato su Facebook o di controllare i retweet dell’ultimo secondo.


È evidente quindi l’impossibilità di essere fedeli ad un interlocutore per volta dedicandogli un arco di tempo che la sua amicizia merita. Siamo paradossalmente amici di tutti ogni istante della nostra vita online, ma se ci soffermassimo ad ascoltare un’amica che ci scrive a proposito di un suo malessere serio, ciò potrebbe provocare un risentimento da parte di tutti gli altri che, vedendoci online, potrebbero indispettirsi del fatto che a loro non abbiamo ancora risposto, anche se il livello della conversazione in questione non ha niente a che vedere con quello dell’amica in difficoltà. Insomma, piazziamo in uno stesso calderone, in termini di tempo che usiamo dedicare ai nostri rapporti, cose che andrebbero valorizzate con cura.
E infine vi è la questione della dipendenza da intermediari. Questo è, a mio avviso, il punto più pericoloso. Pare impossibile che oggigiorno due persone comunichino senza avere uno di questi device interposto tra i loro corpi. Si esce e si chiacchera (lo si fa davvero?) ma sempre con smartphone alla mano. Si fa colazione al mattino con il proprio partner, ma sempre con smartphone alla mano. Qualunque cosa si faccia, si passa più tempo a condividerla con chi è online piuttosto che a condividerla con chi, sarà pure offline, ma diamine è lì di fianco a noi.


Purtroppo l’essere offline pare renda invisibili (lo può davvero fare?). Questo significa, in ultima analisi, una conseguente incapacità per due persone di guardarsi negli occhi e interagire, dove l’interazione può ridursi ad un semplice e banale sorriso piuttosto che a un discorso vero e proprio. Ma dove vogliamo arrivare, cosa si sta cercando di dire, avendo affermato in apertura la volontà di dissociarsi da un insensato tentativo di rimpiangere il mondo prima del web 2.0 e dei social? Il progresso e le possibilità che una rivoluzione socio-culturale di tale portata stanno producendo sono assolutamente importanti e degne di rispetto. Eppure, se l’identità è in larga parte derivante dalle relazioni che instauriamo, e, aggiungo ora, dalla qualità di quest’ultime, siamo veramente fieri di esser diventati spezzettati, frammentati, poligami anche nel tempo dedicato ad un’amicizia e dipendenti da oggetti senza i quali abbiamo paura di guardarci negli occhi?


Mariateresa Antonaci
(30 ottobre 2015)



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