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Belgio, la base del terrorismo in Europa

Gli attentati di Parigi verificatisi lo scorso 13 novembre e l’identificazione dei responsabili hanno richiamato l’attenzione internazionale sul Belgio, patria di almeno tre degli otto kamikaze.


Recenti statistiche mostrano che proprio Bruxelles, la capitale europea, si è negli ultimi anni trasformata in un covo sicuro per i registi del terrore islamico, giungendo a contare quaranta jihadisti per ogni milione di abitanti. Un valore piuttosto preoccupante se si considera che il numero della popolazione si assesta complessivamente a circa undici milioni di persone. Ma perché proprio il Belgio e, soprattutto, quale vantaggio offre una città come Bruxelles per un potenziale terrorista?
Le risposte devono essere ricercate prima di tutto nella composizione della popolazione locale, tradizionalmente divisa tra francofoni e fiamminghi che lasciano poco spazio all’integrazione degli stranieri. Questi ultimi, arrivati nel piccolo Stato federale sul Mare del Nord grazie ai numerosissimi flussi migratori che si sono succeduti tra gli anni ‘60 e ‘80 del Novecento, si sono stabiliti in diverse zone, ma un gran numero ha preferito stanziarsi nella capitale. Qui, col tempo, sono sorti interi quartieri popolati per lo più da stranieri di religione islamica, tanto che oggi i musulmani costituiscono circa un quarto della popolazione della città. Tuttavia, nessuno di loro ha creato problemi di alcun tipo nei decenni passati. I terroristi, infatti, non sono stranieri, bensì belgi a tutti gli effetti, alcuni figli di immigrati ormai residenti in Belgio da almeno due o tre generazioni. Persone normali, ragazzi qualunque, forse con qualche vizio in eccesso come l’abuso di alcool e droghe, ma certamente lontani dall’essere delle potenziali micce esplosive (tanto che uno degli attentatori aveva un bar perfettamente in regola proprio nella capitale europea).


Il problema deve, dunque, essere affrontato considerando due aspetti: la sicurezza e le moschee illegali. Il primo ha costituito già negli anni scorsi motivo di contestazione tra i cittadini che hanno più volte richiamato l’attenzione sul fatto che la polizia non riesce ad intervenire in maniera efficacie in caso di necessità perché dislocata in piccoli distretti eccessivamente sparpagliati sul territorio. In secondo luogo, come affermato in questi giorni dal senatore belga Alain Destexhe, le attività di controllo e monitoraggio del territorio da parte delle forze armate sono vanificate dalla presenza di un numero elevatissimo di moschee (77 nella sola Bruxelles), molte di queste illegali. Alcuni tra tali centri sono diventati dei veri e propri luoghi di adescamento di giovani spesso travagliati da problemi socio-economici, accalappiati dalla promessa di un futuro glorioso e dalla possibilità di credere in qualcosa, sia pure un ideale meschino, violento e suicida, che possa dare senso ad un’esistenza vuota e grigia. Molte di queste moschee, sostiene il senatore, sono finanziate con fondi provenienti da Arabia Saudita, Qatar e Turchia.
Inoltre, le forze dell’ordine vengono continuamente depistate a causa del fatto che molti imam non conoscono neppure una delle lingue nazionali del Belgio (francese, tedesco e fiammingo): le loro preghiere e le loro orazioni vengono tenute in un dialetto arabo incomprensibile al di fuori della ristretta cerchia della comunità islamica.
Nel 2014 sono stati arrestati circa 45 persone affiliate alla cosiddetta “Sharia4Belgium”, gruppo radicale salafita che si è posto l’obiettivo di esportare la Sharia in Belgio (con il termine salafita si intende un movimento islamico che rivendica il ritorno ad un’interpretazione letterale del Corano e allo stile di vita del VI secolo).


Uno dei quartieri più esplosivi è proprio quello di Molenbeek, da cui provengono alcuni dei kamikaze dell’attentato dello scorso venerdì e in cui, nel gennaio 2015, il terrorista Amedy Coulibaly aveva acquistato le armi con cui avrebbe ucciso quattro persone in un supermercato francese. Giovedì scorso, in questo quartiere ad alto tasso di criminalità, la polizia ha effettuato ben sei blitz nel tentativo di scovare persone che avevano avuto contatti con i terroristi killer.
Ma il traffico di armi non nasce in Belgio, ha radici molto più lontane. Secondo Claude Moniquet, direttore del Centro Europeo strategico di intelligence e sicurezza, le armi provengono dai Balcani e precisamente dai Paesi della ex-Iugoslavia, pronti a rivendere ex fucili bellici al migliore offerente, incaricato di trasportare la merce in Nord Europa e rivenderla a delinquenti o terroristi.
Un complotto criminale spietato e senza freni si consuma, insomma, mentre gli sbarchi in Sicilia continuano, i flussi migratori nei Balcani sembrano sempre più impetuosi ed il panico si diffonde in tutta Europa. Basti pensare che la settimana scorsa in Italia sono stati lanciati ben cinque allarmi bomba tra la metropolitana di Roma e quella di Milano, a causa di pacchi sospetti. “Il terrorismo va combattuto rifiutando i combustibili fossili da cui l’Isis trae sostentamento e favorendo le fonti di energia alternative”, questa la soluzione profilata da Giuliano Amato alla Conferenza ambientale di Rieti, svoltasi lo scorso 19 novembre.


Anna Rita Santabarbara


(22 novembre 2015)



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