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Contro l’agonia della letteratura: il bisogno di raccontare

- E così la strega cattiva finì annegata nel pozzo e la fanciulla poté ritornare al castello dove per diversi giorni si banchettò, si mangiò e si bevve fino a non poterne più per festeggiare le nozze regali della povera lavandaia con il principe del regno.
- Ti prego, nonna, raccontami un’altra storia!
- Domani sera ti racconterò di come Paolino ingannò l’orco della montagna e salvò i bambini del villaggio. Ma ora è il momento di fare la nanna. Buonanotte.


“Raccontami una storia”: ognuno di noi ha detto o sentito almeno una volta nella vita queste parole. Tutti i bambini amano ascoltare racconti di mondi lontani, di oggetti incantati, fanciulle in pericolo e principi coraggiosi. Ma il gusto per il racconto non è un tratto tipico dell’infanzia: è piuttosto un bisogno, un’esigenza nata con l’uomo e destinata a morire solo con lui.
Le più antiche testimonianze sulla vita degli uomini sulla terra ci sono pervenute, infatti, attraverso il patrimonio di miti e leggende che ogni popolo possiede. Queste narrazioni servono a comprendere come l’antico microcosmo-uomo stabilisse una relazione con il macrocosmo-mondo, cosa gli esseri umani sapevano o credevano di sapere sull’universo, che tipo di domande si ponessero ed in che modo tentavano di darsi delle risposte. Il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini appare una chiara testimonianza di come gli uomini delle origini tentassero di rintracciare nel disordine cosmico le cause che avevano concesso loro di impadronirsi di un dono così prezioso: la fiamma che scalda, che cuoce i cibi, che sfama e, dunque, dà vita, ma anche la fiamma che distrugge villaggi e foreste, che arde i nemici e consegna gli uomini alla morte. Il racconto sembra nato, dunque, per spiegare cosa accade attorno a noi, per rintracciare ordine nel disordine degli eventi.


Ma quando è nato il primo racconto? Sarebbe impossibile individuare una data in cui gli uomini hanno cominciato a raccontare. Il racconto è vecchio quanto il mondo, sostenevano gli antichi. Ed è altrettanto impossibile fissare una data in cui i racconti cesseranno di esistere. In ogni parte del mondo, dopo il lavoro, dopo le fatiche della giornata, le famiglie si riuniscono per la cena, alcuni incontrano gli amici al bar, altri escono per una pizza, altri ancora optano per un film al cinema, e persino quelli che desiderano trascorrere una serata in solitudine decidono di accendere la tv oppure di leggere un buon libro. Ma cos’è che accomuna tutti questi uomini e queste donne? La risposta è univoca: il racconto.
Pur nella diversità della vita di ciascuno, tutti sono uniti dal desiderio di ascoltare cosa è accaduto altrove, di raccontare cosa è successo nel proprio ufficio, lungo la strada, di una persona bizzarra incontrata alla fermata del tram oppure semplicemente di un particolare scorto nel paesaggio osservato segretamente dal finestrino di un treno in corsa, di una donna con un bambino ferma sotto il semaforo, di una rissa in mezzo alla foresta con il clan rivale. E quando anche non fosse successo niente, quando anche si sentisse dentro di sé una solitudine straziante, l’uomo del XXI secolo, esattamente come quello delle origini, sente la necessità di alzarsi, premere il pulsante del televisore e lasciare che le immagini sullo schermo si susseguano in un ammasso confuso che lentamente prende forma e diventa racconto. Potrebbe trattarsi di un film oppure di un reportage giornalistico. Ma all’uomo meccanizzato questo non interessa. L’importante per lui è solo ascoltare una storia. Ed è in quell’istante che l’uomo-macchina abbandona il ritmo frenetico della vita quotidiana, dimentica i litigi, le incomprensioni, le scadenze, i conti da pagare, i lavori da consegnare, ed acquista nuovamente il senso più profondo della sua natura: quello di essere semplicemente un uomo tra tanti, così come il suo antenato primitivo era semplicemente un uomo dinanzi alla guizzante fiamma di un falò in mezzo alla foresta, riunito assieme ad altri suoi simili per perdersi nel piacere di raccontare. Con una sola differenza: l’uomo delle origini raccontava storie di maghi, di streghe, di elfi, di ninfe, di fate, di uomini coraggiosi e di sovrani vigliacchi. Lo scopo dei racconti antichi era quello di insegnare qualcosa mentre nei racconti moderni l’obiettivo appare piuttosto quello di informare. Due approcci diversi, dunque, ma con un comune denominatore: riflettere su ciò che accade.
Secondo l’antico e celebre filosofo Aristotele, lo stupore è alla base della conoscenza. Quante volte possiamo dire di aver visto un bambino fare un gridolino di gioia di fronte ad una scoperta inaspettata? Quante volte abbiamo noi stessi strizzato gli occhi di fronte a qualcosa che non credevamo possibile o che semplicemente prima non avevamo mai osservato attentamente? Cosa si produce in quel momento nella mente di ognuno? Semplicemente stupore e meraviglia. In quel momento, quella sensazione inaspettata verrà memorizzata dalla nostra mente e associata all’oggetto che l’ha provocata. Ed è lì che si produce conoscenza.


Nonostante le profonde trasformazioni che si sono verificate con il passaggio da un’epoca all’altra, l’uomo risulta essere rimasto sostanzialmente uguale a se stesso, con un inalterato bisogno raccontare. Basti considerare una dei fenomeni più rappresentativi della società contemporanea: Facebook. Cosa accade se si scorre lentamente la bacheca? Si entrerà di soppiatto nella vita degli altri, si percepiranno stati d’animo ed emozioni; ci basterà guardare una foto postata lì per sapere, con un colpo d’occhio, cosa ha fatto l’altro quel giorno. Se si scorre il diario di un amico, oppure il proprio, si può seguire il racconto che ognuno ha deciso di fare di sé e della propria vita. Ognuno sceglie di raccontare qualcosa, di inserire dei particolari e di occultarne abilmente altri. Ognuno su Facebook scrive il proprio racconto la propria storia. Tempo libero? Uno svago? O forse più semplicemente un bisogno?
Oggi si parla di decadenza della cultura, di inutilità della letteratura. Eppure ognuno di noi, considerando la propria esperienza, partendo dall’osservazione di sé e di quante volte durante la giornata abbia sentito l’esigenza di raccontare o di ascoltare una storia, può comprendere che la cultura e la letteratura sono al centro della nostra esistenza, che ci nutriamo di racconti senza neppure rendercene conto. Togliete ad un uomo il pane, e lo vedrete lentamente piegarsi in una lenta e dolorosa agonia. Provate a prendere un uomo e a rinchiuderlo in un posto dove non può più comunicare con il mondo né il mondo con lui. Vedrete allora piegarsi non il suo corpo, ma il suo animo. Lo vedrete voltarsi indietro alla ricerca dell’unica cosa che può ancora tenerlo in vita: il ricordo di ciò che è stato. Ancora una volta, un racconto.


Anna Rita Santabarbara
(27 novembre 2015)


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