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Il tempo dei gitani e Carmen: due esempi di cinema “gitano”

In questi ultimi anni, con periodi altalenanti e in varie circostanze che riguardano la cronaca (spesso anche nera, purtroppo), i Sinti e i Rom, etnie di nomadi spesso con base fissa in campi situati alle periferie di città grandi e piccole, sono sulle prime pagine dei giornali (quotidiani, settimanali e anche tg in tv) per il loro comportamento talvolta scorretto, un po’ nei riguardi di tutti, per la loro difficoltà ad integrarsi nella società, per il loro sistema di vita e il loro agire ai margini della legalità.


Il cinema, in fondo, si è sempre occupato della realtà in cui vivono i Sinti, i Rom e gli zingari o gitani in genere e del loro stile di vita. Molti registi hanno girato film anche importanti e di interesse internazionale sui problemi o, forse meglio, sul "problema" che implica la realtà di questi nomadi. Desidero soffermarmi su due film, in particolare, che cercano di presentare il problema al pubblico cinematografico. Uno è il film Il tempo dei gitani (1988) del regista Emir Kusturica, l'altro è Carmen, versione cinematografica del 2003 del regista Vicente Aranda.
Il tempo dei gitani racconta la storia di un ragazzo gitano, Perhan, il quale, dopo una serie di avventure, finisce nella rete di un'organizzazione di malviventi dedita al traffico di esseri umani nella Jugoslavia prima della guerra civile dei primi anni Novanta del secolo scorso. I personaggi principali del film sono stati selezionati dal regista fra più di centoventi zingari “veri”, in special modo la nonna del protagonista di nome Baba, lo zio Merdzan, il vicino Zerbit e la fidanzata Azra; personaggi decisamente reali, figure dal carattere forte, intrigante e spregiudicato che sembrano rappresentare molto bene il mondo gitano in tutta la sua complessità e le sue tante contraddizioni.


L'altro è una versione nuova e, direi, diversa da tutte le altre che la precedono di Carmen, l'eroina gitana della novella di Prosper Mérimée che tanta fortuna ha avuto nell'opera lirica di Georges Bizet. Il regista Vicente Aranda ha voluto, per la sua versione cinematografica di Carmen, due attori che incarnano i due personaggi principali in modo calzante. Possiamo, infatti, ammirare una Paz Vega perfetta nel ruolo di Carmen, la ragazza gitana spregiudicata, bella, mangiatrice di uomini, insofferente alle leggi e alle consuetudini, sprezzante, in fondo, di tutto e di tutti e un Leonardo Sbaraglia nel ruolo di Josè, l'innamorato di lei che, dopo i suoi molti tradimenti, la sua passione sfrenata e incontenibile, il suo comportamento scaltro e spesso da sfruttatrice finisce per pugnalarla accecato dalla gelosia. 



Oltre a una scenografia sempre straordinaria e a dei costumi colorati e bellissimi colpisce, in questo film, la scena finale quando Josè trascina Carmen, avvolta in uno scialle, per ucciderla. Sensuale, erotico e di vera arte cinematografica il momento in cui Carmen lascia scivolare lo scialle e va verso di lui nuda per spingere la mano che impugna il coltello dentro il suo ventre.


Il mondo gitano cerca di esprimersi e di farsi conoscere agli altri talvolta in modo violento e tragico, generando spesso reazioni incontrollate di razzismo e di velata xenofobia. Il cinema gitano cerca di cogliere questa realtà da diverse angolazioni e punti di vista per far conoscere, al grande pubblico, un mondo e una realtà che ci sono accanto ogni giorno.


Francesca Rita Rombolà
(19 novembre 2015)



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