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Parigi e il bistrot di Marc Augé

“La bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin ne L’Idiota, celebre romanzo di Dostoevskij. La bellezza può salvare il mondo giacché non si riduce ad entità riconducibile al solo piano estetico, ma bensì a quello emotivo, morale e civile. Sono tanti gli esempi, storicamente e artisticamente rilevabili, che si potrebbero elencare a favore di queste affermazioni. Ma quanto accaduto nei giorni scorsi a Parigi ci invita a ridurre il campo d'azione, a circoscrivere il nostro discorso ad una città che bellezza è stata ed è. 


La capitale francese ha ricoperto, nella propagazione e nella custodia della bellezza, un ruolo di centralità assoluta nel panorama europeo, specie a partire dal Settecento. L'età dei lumi, la nascita del romanzo moderno, le novità e le avanguardie in campo artistico, le innovazioni architettoniche, i musei più visitati al mondo: si può procedere per folgoranti immagini alla scoperta di questa iconica città. Una città che ha conosciuto, in questo 2015, diversi attacchi alla sua identità, diversi tentativi volti a scardinare quel motto di uguaglianza, libertà e solidarietà che si è posto da più di due secoli come principio fondante delle moderne repubbliche. E allora a sostituire coercitivamente la figura dei passages, delle visite al Louvre, degli orizzonti letterari troviamo l'orrore di un concerto ridotto a spietata carneficina, la paura di un assalto al più importante stadio di Francia, una sparatoria in un bistrot. Ma la barbarie non può contrastare la bellezza, le si pone in un ossimorico affiancamento: il tentativo di propagare il timore non può nulla contro la civiltà della forma. 


Parigi ha goduto di personalità straordinarie che si sono poste come simboli della civiltà e della cultura occidentale, personalità che spesso amavano incontrarsi in un luogo convenzionale, romanzesco, caratteristico di Parigi: il bistrot. Proprio a questo "luogo tra i luoghi" Marc Augé, etnologo, una delle figure più importanti della cultura francese, ha dedicato il suo ultimo libro edito in Italia da Raffaello Cortina
Un etnologo al bistrot - così si intitola il libriccino - prende le mosse da una ricerca dell'origine di questo termine. Due, sembra, siano le etimologie possibili: la prima rimanda al termine bistouille, che fino a poco più di un secolo fa designava, nel nord della Francia, una bevanda alcolica di poco prezzo; la seconda si rifà al russo bistro, ossia "presto!", rimando all'euforia ed alla sete dei cosacchi in transito a Parigi. Qualunque sia la sua origine, il bistrot si è imposto come "il simbolo di un modo di vivere": quello dei parigini e dei francesi in generale, sempre pronti a riservarsi del tempo in un vivificante e famigliare ambiente gastronomico. Ambiente al quale sono legati alcuni tra i più cari ricordi del giovane Augé, quando "andare da solo al bistrot era uno dei primi segnali che annunciavano l'indipendenza dell'età adulta". Troviamo allora, in una sera del 1960, Sartre, Hyppolite e Althusser trincare insieme in un bistrot in rue d'Ulm, mentre poco più in là si poteva scorgere la figura di Simone de Beauvoir. Immagini indelebili, capaci di ricondurre la laica sacralità dei più grandi intellettuali del Novecento in un’atmosfera di raccolta convivialità. 



Ma all'interno di quale categoria si può sussumere il bistrot, quale è, in una parola, la sua essenza? Il contatto, che trova nel bancone di zinco il suo centro di gravità. Contatto anzitutto col cameriere, al quale l'arzillo vecchietto si rivolge nella timida richiesta di un "calicetto di rosso" già alle prime ore del mattino; contatto tra i gomiti rigidamente poggiati dei clienti più frettolosi e quelli più rilassati degli habitué, che consumano tra commenti d'ogni sorta la loro ordinazione; contatto con la musica, dolce sottofondo evocato dal pianista del piano-bar, una sorta di alter-ego silenzioso del barman; contatto con il proprio tempo libero o con il proprio margine di cedevolezza, che porta il cliente a bere un bicchiere o a mangiare un sandwich burro e prosciutto nel bistrot di fiducia e al suo solito posto, alimentando quel senso di appartenenza che distingue "l'abitare" dal semplice "star dentro" un luogo; contatto con il dialogo rituale, con le frasi circostanziali "spesso più importanti per il fatto di essere scambiate che non per il loro contenuto", giacché ci aiutano a sentirci nello sguardo dell'altro, in un momento di fondamentale importanza per l'essere umano. 
Il bistrot è un luogo romanzesco. L'aggettivo non si riferisce però alle sue frequentazioni, ai tavoli occupati negli anni passati da Breton e Aragon, da Verlaine e Hemingway, da Mallarmé e Rimbaud. Il "romanzesco" lo ritrova piuttosto nella profonda attualità del bistrot, nel sopravvivere alle mode e ai tempi e, soprattutto, nella sua capacità di accogliere il cliente occasionale dando testimonianza di un ambiente che mai disdegna interminabili discussioni nella strisciante armonia dei tavoli all'aperto. "Un popolo che si concede il tempo di mangiare - dice Marc Augè -[...] è un popolo romanzesco, che non vive guardando all'indietro, ma sempre nell'attesa del domani". Ad un ambiente così vivo, così "materiale", a nulla servirebbe una sua ideale iscrizione nel patrimonio mondiale dell'umanità. Anzi, innalzare il bistrot a concetto, ad idea da tutelare, costituirebbe l'ennesimo colpo ad una realtà già in difficoltà nell'epoca del fast-food. Il bistrot, piuttosto, vive di questo tavolo, di questo bancone, di queste sedie, che ne costituiscono la sua identità concreta. Il bistrot attraversa la vita dei parigini come un solco: può sopravvivere alla globalizzazione alimentare e ai suoi stessi successi senza l'ausilio di nessuna onorificenza. 


In questi giorni così drammatici per la Francia, abbiamo deciso di prendere in considerazione quest’ultimo libro di Marc Augé sulla ristorazione tipica di Parigi. Perché questa scelta? Perché è da luoghi come un bistrot che si deve partire e ripartireluoghi di incontro e di possibile dialogo autentico. La forza della parola, dell'arte, dell'identità civile non potrà mai soccombere ad alcuna forma di minaccia o di integralismo ideologico. 


Antonio Parisi
(22 novembre 2015)



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