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“Joyeux Anniversaire, Alain Delon”: la bellezza passa, ma l’eleganza resta

Chissà quanto deve essere triste svegliarsi una mattina e accorgersi che il tempo è passato, che quello riflesso nello specchio sei tu, proprio tu, con i capelli bianchi, le rughe e il pessimo umore, che il ragazzo, che eri, ha fatto le valigie ed è andato via per sempre, portando con sé tutto, ma proprio tutto. Chissà, ti avrà lasciato sul letto qualche fotografia a ricordarti cosa hai perduto. È amaro ancor di più per chi ha vissuto intensamente, per chi ha goduto appieno della giovinezza, per chi è stato dannatamente bello.


Oggi Alain Delon, il divo francese più celebrato di tutti i tempi, in competizione, probabilmente, soltanto con Jean-Paul Belmondo, compie 80 anni. Non credo che ripetere la battuta finale, pronunciata da Norma Desmond, in Viale del tramonto di Wilder, “le stelle non hanno età”, addolcisca la pillola né renda la maturità più sopportabile. Alain Delon ha scelto la solitudine, vive appartato tra la Francia e la Svizzera, dedicandosi solamente al teatro con la figlia Anouchka. Non parlerò dei suoi insuccessi, in una vita così lunga è inevitabile averne collezionati alcuni, tacerò anche le delusioni, i grandi dolori e persino i tentativi di suicidio, inspiegabili per noi che lo abbiamo sempre visto sul grande schermo sicuro e strafottente, addirittura irritante quando nelle interviste televisive parlava di sé in terza persona. Un pavone, che non accetta che il suo piumaggio non sia più incantevole come quello di un tempo.


Nato l'8 novembre 1935 a Sceaux, nell'Alta Senna, Alain trascorre un’infanzia difficile: i genitori, infatti, lo abbandonano e a quattro anni Alain finisce in un collegio di terzo ordine. In seguito torna a vivere con la madre e il patrigno, agente di custodia di un carcere ed è proprio nel cortile della prigione che il ragazzino gioca e sogna. Anche l’adolescenza non è delle migliori, irrequieto, a 17 anni si arruola in marina e finisce a Saigon, dove trascorre alcuni mesi in cella per intemperanza. Si congeda nel ‘56 e, rientrato a Parigi, fa i mestieri più umili, fino a quando incontra Jean-Claude Brialy, il quale, colpito dal suo incredibile sex appeal, lo spinge ad intraprendere la carriera cinematografica. Yves Allégret lo scrittura per Godot e lo presenta nel ‘58 al fratello Marc per Fatti bella e taci, sul cui set Delon lavorerà per la prima volta con il virile e già famoso Jean-Paul Belmondo.


Non è che l’inizio, diventa, infatti, un’icona di bellezza grazie all’interpretazione di Tom Ripley nel film di René Clément Delitto in pieno sole, in cui il giovane mostra non solo di avere un diabolico viso d’angelo, ma anche grande talento. Negli anni ‘60 viene notato da Luchino Visconti, con cui intraprende una sincera amicizia e un lungo sodalizio artistico, i più maligni, quelli che non hanno mai conosciuto qualcuno che offrisse loro una ricca e disinteressata generosità, dicono che ci sia stato tra i due qualcosa di più, vista l’omosessualità dichiarata del regista italiano. Lavoreranno sul set di due capolavori del nostro cinema: Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il Gattopardo (1963). Ricordando Visconti, il suo padre putativo, l’attore francese ha raccontato: “Mi piace che un regista sia severo ed esigente con me, ma che poi mi lasci andare. Luchino lo capì benissimo”. I registi italiani subiscono il carisma di Delon: Michelangelo Antonioni lo vuole al fianco di Monica Vitti ne L’eclisse (1962) e Valerio Zurlini, dieci anni dopo, ne La prima notte di quiete. È protagonista di molti film polizieschi, quali Tre passi nel delirio (1968) e Il clan dei siciliani (1969).



Da un punto di vista sentimentale la situazione non è meno burrascosa. Nel ‘58 conosce sul set de L’amante pura Romy Schneider, che sarà la sua dolce compagna per cinque anni, fino a quando il volubile Alain la lascia un bel mattino con un biglietto, deciso a convolare a nozze con Francine Canovas, più nota come Nathalie Delon. Nel 1969 l’attore francese pretende che al suo fianco sul set de La piscina di Jacques Deray ci sia però la sua “puppelé”, come era solito chiamarla, Romy Schneider, la donna che non è mai riuscito a dimenticare. Quando la diva, nota al pubblico per la parte della principessa Sissi, muore nel 1982, Alain vuole vederla per l’ultima volta. Scatta tre foto, che si porta sempre dietro nel portafoglio e le scrive una lunga lettera, in cui con tenerezza ricorda il loro primo incontro: “Ti aspettavo così, come un imbecille, con tutti gli occhi addosso. Hai detto a tua madre Chi è quel tipo? e lei ha risposto Deve essere Alain Delon, il tuo partner di scena. E poi niente, nessun colpo di fulmine. Ma a Vienna, dove si girava il film, mi sono perdutamente innamorato di te. E tu ti sei innamorata di me. Mio Dio, come eravamo giovani, e come siamo stati felici”.


Ma sono tante altre le donne che Alain Delon ha fatto capitolare: da Mireille Darc a Anne Parillaud, da Rosalie van Breemen a Dalida. A creare un alone di mistero attorno alla sua persona anche le discutibili amicizie con esponenti della malavita e il coinvolgimento nell’assassinio del suo bodyguard Stevan Markovic. Ad Alain Delon, che con inquietudine vive lo scorrere inesorabile del tempo, auguriamo comunque un felice compleanno. A ben guardare, infatti, monsieur Delon, qualcosa nel riflesso dello specchio, è rimasto del giovane Alain: gli impenetrabili occhi di ghiaccio, bagnati di malinconia, che hanno incantato il cinema e incatenato i cuori di milioni di fan. La bellezza passa, ma l’eleganza resta.


(8 novembre 2015)



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