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Kyoto 1997-Parigi 2015, ritorno al futuro

Come è successo col protocollo di Kyoto nel 1997, anche la conferenza 2015 sul clima, che si terrà a Parigi dal 30 novembre, avrà impatto minimo perché, come a Kyoto, vedrà la tendenza dei governi a non rispettare impegni e regole, come a dire: “Dovremmo cambiarle, ma a essere realistici, sappiamo che non ci riusciremo”.


Uno studio di parte ambientalista, pubblicato su Global Policy e sottoposto a revisione accademica, parla di una riduzione totale della temperatura di 0,048 gradi centigradi nel 2100 se la conferenza di Parigi avrà successo, ma credo sia meglio usare il condizionale in quanto nessuno degli “addetti ai lavori”, associazioni ambientaliste in primis, nutre in cuor suo alcuna speranza sulla limitazione delle emissioni, quasi che non sia il caso di fare resistenza o che sia inutile in una sorta di passività e rassegnazione globale.
Le buone idee, ossia quelle di convogliare finanziamenti e business verso le tecnologie pulite, renderle efficienti ed a basso costo, esistono da decenni ma purtroppo ancora non fanno parte delle “priorità” nei programmi di governo degli Stati, troppo pesante la recessione mondiale che, pare, ci abbia appena lasciati, ed ecco per cui la conferenza di Parigi sul clima assomiglierà tanto ad un film già visto ovvero “Kyoto-Parigi, ritorno al futuro”; meglio per tutti occuparsi dei fatti propri senza vedere nulla di imbarazzante nell’accettare tranquillamente ciò che altri decidono.


Vecchio Continente, Usa, Cina, India, Russia e le nuove “tigri” asiatiche hanno sempre più fame di energia, le espansioni dei PIL, ossia la ricchezza di una nazione, aumentano la domanda energetica che, crescendo con percentuali a doppia cifra, suscita pressanti richieste di nuove centrali; ecco perché qualsiasi governante non può ascoltare i motti dell’ecologismo a oltranza, in quanto si frenerebbe l’immensa macchina del consumo nazionale, si spiega così la disaffezione alle intese contro la diffusione dei gas serra, incombente minaccia per il clima planetario.
Sarà quindi ancora massima attenzione al greggio importato via nave o grazie agli oleodotti dal Medio Oriente, dall’Alaska e dal Sudamerica ed un interesse “di nicchia” invece, finanziamenti compresi, per lo sviluppo delle fonti energetiche solari, eoliche e da biomasse; mancano del tutto i progetti per la sostituzione dei carburanti di trazione verso i sistemi ad idrogeno e quelli inerenti i veicoli elettrici. Eppure affrontare i costi privati e pubblici per simili conversioni ecologiche dell’industria sarà inevitabile prima o poi, ma tuttora si preferisce il “poi” anche se le prospettive di global warming o effetto serra fanno paura.
La globalizzazione, in una prospettiva storica, contribuisce al progresso nel mondo attraverso viaggi, commerci, migrazioni, disseminazione delle influenze culturali del sapere e della conoscenza, scienza e tecnologia comprese; fermare o togliere risorse a tutto ciò arrecherebbe al progresso danni irreparabili ma servirebbe ad acquisire forse una coscienza più rispettosa dell’ambiente, che ancora non abbiamo, per farci vivere meglio e più a lungo.


Ciò servirebbe d’altronde ad usare bene ed in modo sostenibile i grandi benefici derivanti dai rapporti economici e dal progresso tecnologico in quanto limitare l’effetto serra nei prossimi decenni sarà prioritario almeno quanto prestare la dovuta attenzione agli interessi dei più bisognosi.
Sarà la scommessa del futuro investire nella ricerca di tecnologie “pulite”, ma tutto ciò dipende da noi e soprattutto dalla vocazione ambientalista delle future generazioni, non basta solo convenire che qualcosa bisogna pur fare, bisogna soprattutto assicurarsi di ottenere ciò di cui ci sarà bisogno per vivere meglio.


(24 novembre 2015)



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