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La vera guerra sarà quella tra poveri

Il sistema non si regge. Qualcuno obietterà citando Galilei: “Eppur si muove”. Il punto è capire in quale direzione si sposta il sistema capitalistico di matrice europea, duramente colpito dalla crisi finanziaria ed economica, imbarazzato dalla deregolamentazione sui vari mercati, deturpato dalle politiche restrittive e di austerity dell’Unione Europea, indebolito dalla guerra al “ribasso” su salari e stipendi. Prima di analizzare questi punti chiave, apriamo leggendo tra le righe una pagina di attualità.


In Italia c'è più di una persona su quattro a rischio di povertà o esclusione sociale. L'Istat lo rivela nello studio sulle condizioni di vita dell'anno scorso. Si attesta al 28,3% la stima delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale residenti in Italia, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia Europa 2020 e quindi la quota di cittadini che sperimenta almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà (calcolato sui redditi 2013), grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro (calcolata sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante il 2013).
Una crisi creditizia è stata, invece scongiurata, grazie all’intervento congiunto e simultaneo di Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi Banca. Le quattro banche da “salvare” e in “amministrazione straordinaria” sono Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti. Le risorse necessarie per l’operazione sono a carico delle banche e “anticipate” dai tre colossi del sistema bancario su citati.


In ultimo, incombe sugli Stati la prospettiva di una “guerra” imminente o annunciata.
Negli Stati Uniti si dice che a tirar fuori il Paese dalla grande depressione del 1929 non sia stato il presidente Roosevelt, ma la Seconda guerra mondiale. La verità è che in tempo di guerra i problemi economici vengono annientati, furbamente congelati da dibattiti nazionalisti e da slogan di rettitudine morale. Nel 2013, l’economista Gerald Celente, fondatore e direttore del Trends Research Institute, annunciò: “Vista la tendenza dei governi a trasformare enormi fallimenti in mega-fallimenti, quando tutto il resto fallisce questi governi portano la loro nazione in guerra”.
Per Keynes l’unico modo per uscire da una depressione economica è la spesa pubblica, quindi le spese militari sono sicuramente il modo più celere per ridare energia a un sistema in bancarotta. Un efficace espediente per i vari governi, che allontano da sé tutte le colpe gettandole sullo straniero di turno. Uno scenario già visto, purtroppo. 
Dopo aver analizzato brevemente l’attuale situazione economica, fatta di poveri e crisi bancaria e la presunta risposta “bellica” a queste crisi, che tra pochi anni diverrà decennale, avvitiamo il nostro discorso sulla genesi del sistema.
Chiaramente il punto di partenza è il fallimento del sistema capitalistico e della sua capacità di far fronte “individualmente” a tutte le storture del mercato. Dal fronte “liberista” ci dicono che “le grandi depressioni non sono dovute all’instabilità del mercato, quanto a scelte sbagliate della politica” o ancora, in una visione più moralista ed etica, che la causa sarebbe l’avidità sconfinata di manager e banchieri. Su questo ultimo punto, escludendo poche eccezioni, bisognerebbe osservare che manager e banchieri hanno agito seguendo la logica del capitalismo e la “legge” della massimizzazione del profitto. Tale avidità è quindi “garantita istituzionalmente e sostenuta nella ricerca del guadagno speculativo”.
Il punto sta nelle deregolamentazioni avvenute sul mercato finanziario. Sul mercato finanziario si è assistito ad una “libera circolazione di capitali e titoli”, garantita dall’assenza di vincoli normativi e dall’inefficacia di strumenti di controllo. Sul mercato del lavoro, si è rafforzato lo spostamento dei rapporti di forza, che hanno indebolito, ancor di più, sia il potere contrattuale che il livello salariale dei lavoratori. Anche in questo caso, lo spostamento è dovuto alla deregolamentazione e precarizzazione del mondo del lavoro. Qui si è creata una vera e propria “spirale sociale” che ha coinvolto governo, sindacati e lavoratori.
L’economista e professore, Emiliano Brancaccio, l’ha definita “la crisi di un mondo di bassi salari”. La crisi, la scarsa liquidità del sistema economico, i salari minimi e la concorrenza salariale della Germania hanno intensificato la “guerra tra poveri”. Ecco spiegato questo disastroso livello di povertà e disuguaglianza. Non ci sorprende poi, se Angus Deaton, premio Nobel per l’economia, sostenga che la disuguaglianza sia motore per lo sviluppo economico.


In ultimo, le politiche restrittive promosse dall’Unione Europea, si rivelano come un macigno sul debito dei paesi periferici e meno competitivi. I Paesi dell’Unione sono chiamati a ridurre la spesa pubblica e ad inasprire la pressione fiscale per cercare di abbassare l’indebitamento pubblico. In realtà l’Unione, in questo modo, aggrava la crisi e deprezza i salari. Come se non bastasse, la Commissione europea spinge i Paesi ad abbassare ulteriormente i salari in nome di una competizione di livello continentale. Ecco perché diventa impossibile rimborsare i vari debiti. La riduzione di tale salari non riesce nemmeno ad aumentare la competitività.
Sembrerebbe scontato eppure tutte le logiche di questo “capitalismo senza regole” sembrano rispettate. La guerra tra “poveri” è una di queste.



(24 novembre 2015)


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