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L’arte a Roma: cento pittori in via Margutta

Roma, per definizione, è bellezza. La bellezza, storicamente, trova nell’arte la sua universale custoditrice. Quando l’incontro tra Roma e l’arte si rinnova vitalisticamente, l’esperienza della bellezza può finalmente approdare verso pacifiche soluzioni.


È quanto accaduto tra il 30 ottobre ed il primo novembre in via Margutta, nel cuore della Capitale, in occasione dell’ormai tradizionale manifestazione della libera associazione dei “Cento Pittori”. L’evento, presieduto da Alberto Vespaziani ed inaugurato dal critico d’arte Vittorio Sgarbi, è giunto quest’anno alla sua centesima edizioni ed ha accolto centinaia di visitatori richiamati dalle più di tremila opere esposte. Decine di piccoli chioschi hanno briosamente contornato, per tre giorni, una delle storiche vie dell’arte nazionale, ribadendo il prestigio di un appuntamento che ogni anno si rinnova tra artisti ed appassionati di pittura, calamitando a sé la curiosità anche di semplici passanti.


“Un meraviglioso caleidoscopio che incanta e affascina i visitatori di ogni categoria sociale”: così il presidente Vespaziani ha efficacemente definito l’evento che affonda le sue radici nell’autunno del 1953. Nell’immediato dopoguerra, infatti, un gruppo di artisti avvertì la spontanea esigenza di inaugurare una quanto mai originale mostra all’aperto, colorando e vivificando una via che da sempre si era distinta come il naturale punto di ritrovo e di lavoro di pittori, scultori, artigiani e poeti. Fino al 1969 la manifestazione godette del patrocinio dell’Assessorato alle Belle Arti e Problemi della Cultura, divenendo un’attesa e sempre più rilevante iniziativa che, in primavere ed in autunno, puntualmente rovesciava tutto il suo colore in via Margutta, via degli Orti di Napoli, via Alibert e vicolo del Babuino, nonché in tutti i caratteristici cortili. Senza alcuna chiara motivazione, l’Assessorato alle Belle Arti decise successivamente di non finanziare più la mostra di via Margutta. Dopo un solo anno di silenzio, quella che ormai a Roma veniva avvertita come una vera festa dell’Arte ed un evento che aderiva perfettamente all’identità creativa della città, fu fatto autonomamente rivivere da un gruppo di pittori e nuovi artisti. Fu così che nacque l’Associazione Cento Pittori di via Margutta: un’associazione senza fini di lucro, totalmente indipendente, il cui unico obiettivo è quello di rinforzare a cadenza puntuale il sodalizio tra l’arte e la sua fruizione esterna. Dopo le prime, nuove, iniziative la mostra all’aperto riottenne il patrocinio dell’Assessorato delle Belle arti e venne ad identificarsi come un vero e proprio modello di espressione e proposta artistica, tant’è che a Milano ne esiste una analoga in via Bagutta. Come dicevamo, siamo giunti quest’anno alla centesima edizione: si trattava di un’occasione alla quale non si poteva mancare. 


L’immissione in questa mostra serpeggiante è da subito in grado di offrire una sensazione di inesplorata novità. Si ammirano le opere e, accanto, se ne vedono gli autori. La figura dell’artista è concretamente vicina alla sua creazione, il che permette un’interazione tanto con la tela quanto con il pittore. Pittori e scultori che vengono interrogati ed ascoltati dai passanti, dando origine ad un tipo di fruizione avente carattere non più passivo, bensì attivo nei confronti del fenomeno artistico (che comprende tanto ciò che è creato quanto il suo creatore). In un certo senso, via Margutta si apre ad un concetto assolutamente innovativo di mostra: sia perche avviene in strada sia perché l’accadimento dialogico, tattile e visivo che contraddistingue l’incontro tra il visitatore e l’opera affiancata dal suo artefice rivela i contorni di un’oggetto d’arte a sé stante, vivente. In moltissimi si soffermano per l’acquisto di un dipinto, di una litografia o di una piccola scultura. Quest’altro tipo di scambio, di natura commerciale, ci ricorda l’assoluta concretezza del lavoro degli artisti, che “vivono” in senso proprio dei loro colori e del loro artigianato.
È un mestiere a tutti gli effetti, quello dell’artista. Alberto Moravia, in questo senso, si paragonava addirittura ad un operaio: “Creo degli oggetti, dei libri, che l’editore mette a frutto. Che cos’altro è un proletario”? Dietro la rappresentazione di un paesaggio v’è la garanzia di una esistenza. E di raffigurazioni paesaggistiche se ne potevano ammirare di splendide, così come di ritratti o di vedute dei più bei scorci della città di Roma. Qualche artista si è concesso ad un linguaggio più allegorico, ma vere forme di arte astratta o concettuale sono state difficilmente rinvenibili. Ma c’è un fatto che mi ha colpito particolarmente: la quasi totale assenza, nelle varie opere, del soggetto religioso e di quello politico. Se si esclude qualche tela ritraente il volto di Papa Francesco, l’unica forma di sacralità si è riversata tutta nella celebrazione dell’arte in sé. Allo stesso modo l’unico atto politico, in quanto atto comunitario e comunicativo, è risultato esclusivamente dall’incontro dello spettatore con l’autore dei vari artefatti.


Un’eccezione l’ho però trovata: eccezione sia in riferimento al soggetto politico sia a quello tradizionalmente sacro. Quest’eccezione si personifica in Bernardo Milite, in arte “Miles”. Si tratta di un pittore che si definisce come “giustiziato dal comune di Roma il 18/04/2014”: in tale data il Comune della Capitale ha infatti ordinato la chiusura a pittori, ritrattisti e caricaturisti di Piazza Navona, luogo dove Miles frequentemente esponeva e lavorava. Rimango attratto da una riproduzione, in piccolo formato, di un suo dipinto e decido di comperarla. “Conosci il latino?” mi chiede, al momento dell’acquisto. Gli rispondo di sì, e lui me ne puntualizza l’importanza per la comprensione delle sue opere mentre mi mostra l’originale da cui è tratta la riproduzione che sto portando via. Il quadro presenta, infatti, sullo sfondo, la scritta “Sic tragoedia magna incepit” (trad. “Così ha inizio la grande tragedia”). La “tragedia” è l’esistenza, qui simboleggiata dalla riproposizione in tinte rosso fuoco di un particolare della “Creazione di Adamo” di Michelangelo: la mano di Dio che leggiadra protrae il suo indice verso la mano del primo uomo. Ma ora un’altra mano vi si aggiunge. Quella dell’artista, dell’artista militante, dell’artista affaticato, che si tende verso di noi in un cordiale e caloroso saluto.


Antonio Parisi
(6 novembre 2015)

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