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L’Isis è per la morte, noi per la vita: lettera di una studentessa al Presidente del Consiglio

Caro Presidente del Consiglio,
sono una specializzanda iscritta al secondo anno di Filologia moderna, ecco, a questo punto, lei potrebbe avere l’impulso di prendere e di cestinare questa lettera, ma le chiedo un po’ di pazienza, la stessa che abbiamo tutti noi, quando decidiamo di crederci ancora e di tenere accesa la tv, mentre un politico parla.


Frequento La Sapienza di Roma, la prima università in Europa per numero di allievi e tra le migliori per la qualità della ricerca, che vanta una storia di oltre 700 anni e 115mila allievi. Alla luce di quanto accaduto a Parigi, so di un gruppo di studenti, che le ha già scritto, segnalandole quanto siano deboli le misure di sicurezza nella città universitaria, tuttavia non vi è stata alcuna risposta, né, intendiamoci, pretendo di riceverla io. La notte del 13 novembre è un ricordo troppo vivo, perché non faccia male, e non a torto, dunque, i miei colleghi le hanno chiesto di rafforzare la sorveglianza, installando magari qualche metal detector, come è stato fatto nella Città del Vaticano del resto, quando i corpi delle vittime del Bataclan erano ancora caldi. Né le televisioni di tutto il mondo o i social si stancano di riproporre quelle immagini di sangue e di lasciarci lì, schiacciati, come il grano, sotto una dura macina di pietra, che pare non riposare mai.
Ed è proprio leggendo i giornali che ho avuto la sensazione, che nello sforzo affannato di proteggere Roma, chi di dovere si sia comportato alla stessa maniera di un bambino, che nel goffo tentativo di preparare per la prima volta dei popcorn, non conoscendo le giuste dosi, aggiunge mais in quantità industriale; con la differenza che lo stupore di quest’ultimo ci fa sorridere, mentre l’affanno, unito allo sperpero, delle autorità ci fa inorridire, e a me, ad essere sincera, anche arrabbiare. La penna scorre svelta e non perché io sia dell’avviso che qualche soldato all’ingresso dell’università, che è la Sapienza ma potrebbe essere un qualsiasi ateneo italiano, possa fare la differenza, del resto nessun angolo del pianeta può dirsi al sicuro, ma perché accogliendo le richieste dei miei colleghi, lei possa restituirci un po’ di normalità. La normalità di seguire una lezione alle dieci del mattino, di prendere un caffè al bar, di andare in bagno senza documenti, lasciando la borsa in custodia a qualche buon amico che, fuori dall’edificio, ha il sacrosanto diritto di fumare una sigaretta, perché l’esame gli è andato male. La normalità di stare seduti a mensa o distesi sul prato a leggere poesie, di trascorrere un pomeriggio in biblioteca a scrivere la tesi, che piano piano prende forma, di chiacchierare in corridoio tra una pausa e l’altra. La normalità di spendere il proprio tempo come meglio si crede. L’Isis attenta alla quotidianità, all’indipendenza, alla gioia di vivere; possiede la tracotanza di volerci imporre la realizzazione non di ponti che uniscano, ma di muri che dividano. Beh, noi giovani, impareremo a scrivere e disegnare su quei maledetti muri, se non sarà possibile abbatterli, perché la libertà è troppo bella, oltre che importante.
Rivoglio tutto quello che l’Europa può sentirsi fiera di aver costruito, perché sono stanca delle aule vuote, di vedere la paura negli occhi di chi mi sta vicino e persino di quelli che scherzano su quanto accaduto per esorcizzare l’apprensione. Le ripeto, se qualche metal detector, pattuglia militare o action man davanti a ciascuna porta può servire a rincuorare, li faccia mettere. Io pretendo la mia quotidianità, la difendo come si faceva con una lampada ad olio, durante la guerra, affinché non si spegnesse. Non voglio darla vinta a quei tagliatori di teste, perché scelgo la vita e chi ama la vita non può lasciarsi prevaricare, non si rassegna. Non voglio trovarmi un kalashnikov puntato addosso, né tantomeno sentir urlare: “Allah è grande”, né vedere morire qualcuno soltanto perché non conosce i versetti del Corano, che ha tutto il mio rispetto. Non voglio che una zip bianca passi a pochi centimetri dal mio viso ormai freddo, non voglio finire in un sacco di nylon nero, messo in fila a tanti altri in un obitorio, io desidero vivere, vorrei tanto tentare il dottorato dopo gli studi e perché no, la carriera da giornalista, e lei ha il compito di fermare chi, con la forza, cerca di rubarmi il futuro; non voglio veder ferita la mia storica compagna di corso, mi piace tormentarla a volte, sì, ma soltanto perché non si stanchi di leggere quanto scrivo, perché non smetta di credere che un mondo migliore sia possibile; non voglio che una professoressa entri in un’aula con la paura che sia l’ultima volta, ma desidero che mi veda crescere, che gioisca dei miei successi e che si senta parte della persona che diventerò.
Ho pianto guardando l’addio a Valeria Solesin, al commovente abbraccio di tutta Venezia e alla sua famiglia, la quale non ha lasciato che l’odio prevaricasse il dolore. Una grande lezione di dignità umana e di apertura verso l’altro, in un momento in cui il peggior errore sarebbe quello di lasciarsi sopraffare dall’allarmismo. Nondimeno, non riesco a smettere di chiedermi: a che servono funerali di Stato, che lei e gli altri ministri ci vadano o no, la dedica di una strada, che il mondo del web condivida una stessa fotografia? La vita ti esce dalla gola e non torna più indietro, così pensavano i greci, così non posso che pensarla anch’io. Ed è questo il gusto amaro, che lascia in bocca la paura: il timore che un imbecille, non ho altri termini per chi non ha cura della vita, possa arrogarsi il diritto di scrivere la parola fine. Perché togliere la felicità ad una persona? Quei dieci terribili minuti al Bataclan hanno strappato come petali di margherite centinaia di sogni, buttato all’aria sacrifici, sfilacciato speranze.


All’uomo, che so intelligente, più che al Presidente, domando: una platea studentesca di 30 mila fuori sede, 7000 iscritti di nazionalità straniera, 3700 docenti, 2000 tra segretari e applicati, oltre 100 ricercatori per dipartimento, lo staff delle pulizie e dell’angolo ristoro, senza contare i familiari e amici che partecipano alle sedute di laurea per festeggiare, i tassisti che vengono a prendere quei docenti decisamente troppo pigri per prendere mezzi pubblici, i fidanzati che in cima alle scale non vedono l’ora di abbracciare le proprie compagne, le sembrano poca cosa? Non è giusto difendere questo lampo di quotidianità nel cuore di Roma? Non è uno sprazzo di bellezza anche questo? Non pretendo parole di alcun genere, né rassicurazioni, che provengano da destra o da sinistra, tantomeno promesse, perché le persone migliori che conosco non ne hanno mai fatte, eppure io so che le hanno mantenute. Non aggiungo altro, anzi, la invito, sta a lei poi decidere se sia più sicuro venire con la scorta al seguito, al convegno dedicato alla Grande Guerra, che si terrà alla facoltà di Lettere la prossima settimana; a significare che, accanto ad una fetta di studenti che legittimamente ha paura del terrorismo, ce n’è un’altra, più numerosa e decisa che, con grinta, continua a impegnarsi perché la cultura abbia la meglio, anche questa volta in cui è innegabile la minaccia di un nuovo doloroso conflitto. L’Isis è per la morte, noi per la vita.
Cordialmente,


(25 novembre 2015)



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