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Parigi in fiamme, attentato nel cuore dell'Europa

La memoria fu donata all'uomo da Maometto o da Cristo, da Dio o da Allah, oppure, forse, si trattava proprio del potente Giove, ma che importanza può avere del resto, affinché facesse ammenda dei propri errori, vale a dire tracciasse nuove strade dove prima non ve ne erano, piantasse un fiore nel punto preciso in cui era caduto, mettesse da parte del cibo da offrire a chiunque arrivasse in casa per non trovarsi nella condizione di sentirsene privo. Ma l'uomo, ahimè, dimentica. Ed è un guaio grosso, non è semplice, infatti, vivere in un mondo dove un uomo non deve temere nient'altro che un suo simile. 


L'uomo ha dimenticato la strage al Museo del Bardo, il genocidio del Ruanda e quello armeno, i bombardamenti e le macerie dopo la Seconda guerra mondiale; persino il massacro delle Fosse Ardeatine. E sapete qual è il vero problema di chi dimentica? Che non impara, e così ripete, perfezionandosi anche, laddove possibile, anzi, a dir meglio, soprattutto oltre i limiti consentiti. 
13 novembre 2015: gli occhi di tutti sono puntati su Parigi, la meta dell'amore, la fucina delle arti, il cuore dell'Europa, che diventa in meno di due ore la vittima designata dall'Isis, che la mette a ferro e fuoco in nome di Dio e della Siria. La capitale francese viene colpita in sette punti diversi e il risultato è devastante. Le immagini fanno il giro del mondo: una città irriconoscibile, sporcata di sangue e travolta dal terrore. Tuttavia non è Parigi quella che stiamo guardando, potrebbe essere una metropoli qualsiasi, anche Roma. Stavolta non ci sono rassicurazioni che tengano e le parole del ministro Alfano cadono nel vuoto, l'inferno è lì, a pochi passi da casa nostra, oltre le Alpi si sta consumando l'11 settembre d'Europa. 


Sotto assedio non è la sola Parigi, ma tutto il mondo dove c'è civiltà. Vi ripeto con forza, l'uomo dimentica. Così non ricorda di aver mandato nei campi di concentramento milioni di ebrei, neppure di aver scacciato centinaia di indiani dalle proprie riserve, e nemmeno di aver usato le armi nucleari con esiti devastanti. Al teatro di Bataclan, l'odio chiama l'odio. I sopravvissuti raccontano: “Ostaggi uccisi uno ad uno, gridavano Allah Akbar”. Ma la religione c'entra ben poco, è solo il nascondiglio perfetto per atterrire l'Occidente. 
I terroristi vogliono farci paura, colpendo la nostra quotidianità, e ci riescono, perché se nel far del bene l'uomo è impacciato, nella crudeltà è efferatissimo. È hitleriana follia sparare a freddo qualcuno che sta per entrare allo stadio, che è seduto in poltrona a teatro o che consuma una cena in un ristorante. "Non uccidere mio figlio", "Ho paura stanno facendo una mattanza", "Non voglio morire così, vi scongiuro!" sono soltanto alcune delle parole volate ieri notte in città e disperse nel vento, perché di fronte alle preghiere il kalashnikov non si piega, anzi acquista più disumana, o forse troppo umana, forza. 
Più di 118 morti nel teatro, altri 40 vittime allo Stade de France, 100 i feriti. Sono cifre su cui dobbiamo riflettere. Il presidente Hollande chiude le università, le scuole e le frontiere stesse; il concerto degli U2, che avrebbe dovuto esserci stasera, viene annullato. Ecco che ci prestiamo spaventati al gioco dell'Isis, mettendo sottosopra la nostra quotidianità. E sia chiaro almeno questo: è il terrorismo che va combattuto, non l'intero mondo arabo, perché accanto ai seminatori di morte e ai numerosi tagliatori di teste, ci sono persone di religione musulmana integrati perfettamente nella nostra comunità. Ne conosco alcuni migliori di tanti cattolici. Generalizzare, come sempre, crea allarmismo, l'allarmismo porta panico, il panico ignoranza. 
"Spaghetti, mandolino e trallala", questa è l'immagine traballante del nostro Paese, come risultato di un luogo comune generalmente diffuso e altrettanto nauseabondo. Allora facciamo così: gli italiani non sono tutti mafiosi e tutti gli immigrati non sono necessariamente terroristi. È spaventoso già quanto è accaduto, ma è ancora più doloroso usare una tragedia simile come strumento di propaganda politica, vale tanto a destra quanto a sinistra. 


Stringiamoci attorno alle famiglie delle vittime, alle forze dell'ordine e ai tanti parigini che hanno aperto le porte delle case ai propri connazionali. Soltanto di fronte al pericolo, però ci si unisce, perché siamo onesti, l'uomo non è che l'ultimo degli animali. Dall'altra parte del mondo, in Giappone, la natura colpisce con il terremoto, in Francia l'uomo con la sua gratuita violenza. Insieme dobbiamo opporci: la vita è grande, sono i terroristi ad essere piccoli. Nei libri di storia si aggiungerà anche la notte del 13 novembre 2015, la prossima generazione la studierà, organizzando anche cortei, manifestazioni e giornate commemorative, e si chiederà il perché di tanta ferocia; noi racconteremo di averla vissuta e di conoscere purtroppo la risposta: l'uomo per sopravvivere strappa le pagine del passato e dimentica. Si spengono le luci della Tour Eiffel in segno di lutto, da oggi l'Europa non sarà più la stessa, perché a fare da padrona sarà la paura. 



(14 novembre 2015)

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