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Pier Paolo Pasolini: l’urgenza della riflessione

Il lavoro dei grandi intellettuali, dei grandi poeti, dei grandi cineasti finisce, non di rado e specie dopo la loro scomparsa, con il cristallizzarsi in inviolabile riferimento totemico, in gratuita testimonianza del passato. Il celebre libro giunge allo statuto di “classico”, il film di successo a fotografia di un’epoca e così via. Il rispetto, per così dire definitivo, che si assume nei confronti dei grandi riferimenti culturali del passato si erige a barriera contro una loro più assidua frequentazione nel tempo, inaridendo l’autentica forza della loro proposta. Il passaggio di un’opera da oggetto o fatto di cultura a fenomeno cultuale risulta piuttosto frequente. Ma la cultura stessa, quando non accompagnata da una riflessione costante nel tempo, si risolve in puro esercizio retorico.


A tale processo, ci sembra, sia stata soggetta negli anni l’Opera di Pier Paolo Pasolini. A quarant’anni esatti dalla morte dello scrittore originario di Bologna, incessanti si rivelano le congetture sul suo assassinio, la ricerca di un campo comune tra i suoi lavori estremi e la sua morte, la sua celebrazione di intellettuale enciclopedico e visionario –attributi indiscutibilmente opportuni – piuttosto che una riflessione diretta od un invito puntuale alle sue parole e ai suoi scritti. A tal proposito, il richiamo ad uno dei suoi celebri articoli può rivelarsi come un importante passo nella suddetta direzione. 
Il 24 giugno del 1974 Pasolini scrive, sulle pagine de Il Corriere della Sera, un articolo che sembra contenere più di qualche nucleo nevralgico della sua riflessione socio-culturale globalmente intesa. Il Potere senza volto si inaugura nell’intestazione l’intervento, rintracciabile negli Scritti Corsari sotto il titolo di Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo. L’analisi pasoliniana si dirama a partire da una questione tanto irrisolta quanto spesso confusa: “Che cos’è la cultura di una nazione”? Si deve rispondere a questa domanda facendo forse riferimento alla componente aristocratica (in senso etimologico) di un Paese? O forse alle istanze più influenti in ottica economico-sociale? O ancora, occorre rivolgersi magari al suo strato più popolare, più genuinamente indifeso? Pasolini parla di una media di questi tre momenti: la cultura di una nazione non è costituita solo da quella della sua “intellighenzia”, non è unicamente quella della sua classe dominante e neppure quella della classe dominata, ma bensì l’insieme di tutte queste proposte culturali. Di qui due fondamentali punti di riflessione: non è possibile identificare una “cultura nazionale” unilateralmente generata e con il termine cultura non ci si può riferire ad un determinato ambito in via speciale. Come lo stesso Pasolini dirà in un’intervista successiva, troppo spesso il concetto di cultura viene utilizzato in senso non scientifico quanto piuttosto elitario, ad indicazione delle ristrette cerchie intellettuali. In quanto fenomeno antropico, a rigore, si dà una cultura umanistica quanto una cultura contadina, una cultura scientifica quanto una cultura sottoproletaria. La mancata considerazione che sovente si attribuisce alle seconde non è altro che un sintomo di “inopprimibile razzismo”. 



Il punto è – prosegue Pasolini nell’articolo che stiamo considerando – che per molti secoli tutte queste “culture” sono risultate distinguibili, mentre ora i loro confini appaiono mescolarsi in forza di un livellante Nuovo Potere, per di più senza volto. Senza volto poiché non già individuabile nel potere ecclesiastico, in quello politico o in quello militare, quanto piuttosto in una “totalità industriale” (o ancor di più, industrializzante) e senza precisi confini nazionali. L’élan vital di questo Nuovo Potere riposa sulla promozione di uno “sviluppo” disordinato e produttivo-consumistico piuttosto che di un “progresso” legato ad una riflessione critica. L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza ad un ordine pronunciato: il moderno consumismo è dunque identificato da Pasolini come l’autentico fascismo. Il Ventennio mussoliniano si sarebbe risolto in un accadimento storico che ha visto “un gruppo di delinquenti al potere”, mentre il vero fascismo, capace di condizionare inesorabilmente il costume, l’espressione e l’individualità dei cittadini consiste nel consumismo contemporaneo. 
L’attualità di tutte queste considerazioni è quanto mai disarmante. Dopo diversi decenni il ritratto sociologico disegnato da Pasolini sembra addirittura essersi estremizzato. Quanto è complesso oggigiorno, per il cittadino medio (parliamo di cittadino in quanto soggetto immerso nella comunità) ritagliarsi un frammento di autenticità immerso com’è nel magma omologante dell’esteriorità mondana?



L’impressione è che l’Opera di Pasolini si sia risolta negl’anni in un grido capace sì di squarciare il panorama intellettuale e sociale italiano (e non solo), ma che sia stato sostanzialmente un grido strozzato dal comune moralismo, dalla ritorsione diffusa di fronte lo scandalo generato dalla parola complessa e sincera del Poeta. Di qui una figura, quella di Pasolini, che è rimasta ingabbiata tra gli enigmi del suo assassinio, che ha vissuto l’innalzamento a personalità profetica, ma dei cui veri contenuti sempre meno spesso si discute o si tenta in via diretta un confronto. Di qui la sua attualità: dall’incapacità dei successori di proseguire lungo le linee del suo discorso, che è in generale l’atteggiamento da tenere con tutte le grandi figure passate. Oggi, a quarant’anni esatti dalla morte, arrovellarci sulle dinamiche della morte di Pier Paolo Pasolini è diventato probabilmente nulla più di uno sterile esercizio giornalistico; i discorsi sulla sua sessualità, che ancora leggiamo in numerosi articoli, si prospettano sovente come nient’altro che dibattiti anacronistici; una meditazione e una lettura puntuale dei suoi testi ci appaiono invece come un’esigenza quanto mai urgente. 


Antonio Parisi
(2 novembre 2015)




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