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Quei dieci minuti al Bataclan

Prendete un cronometro. Avviatelo.
“Ci sono notti che non accadono mai”, diceva la poetessa Alda Merini e poi ci sono invece quelle notti che vorresti non accadessero mai. Come la notte di venerdì 13 novembre. Sulla lunga notte di Parigi si è detto moltissimo in questi giorni. In molti l’hanno definita “l’11 settembre europeo”, si sono susseguiti racconti, polemiche, reazioni più o meno istintive, giuste e sbagliate. Io stessa per giorni ho avuto così tanto da dire che alla fine non sono riuscita a dire nulla. L’11 settembre 2001 avevo 11 anni e ammetto che allora non ho capito moltissimo cosa stava succedendo, perlomeno all’inizio. Venerdì 13 novembre 2015 ho avuto di nuovo 11 anni.


Guardate il cronometro. Quanto è passato? Due minuti? Andiamo avanti.
È una bella sera di fine autunno a Parigi. Gilles e Marianne, un bicchiere di birra a testa e il sorriso di chi ha voglia solo di passare una bella serata, decidono di scattarsi un selfie davanti all’entrata del teatro Bataclan. Stanno andando a vedere un concerto e non hanno la benché minima percezione che quel selfie, pubblicato su Instagram di lì a poche ore diventerà una foto simbolo e farà il giro del mondo.
Chissà, forse anche Valentin, Valeria, Mathias, Marie, Vincent, Elodie, Nohemi e tanti altri che erano lì al Bataclan hanno avuto la stessa idea di Gilles e Marianne. In fondo è un venerdì sera, tutti hanno voglia di lasciarsi una settimana di lavoro e studio alle spalle e immergersi nel turbinio di colori e musica del concerto. Forse hanno scambiato qualche sguardo tra loro, un sorriso casuale, un’opinione sull’imminente concerto o forse no, i loro sguardi non si sono incrociati neppure per un secondo.



Guardate ancora il cronometro. Quanti minuti sono passati? Cinque? Non basta. Continuiamo.
Nella notte di Parigi non ci sono solo i ragazzi del concerto al Bataclan perché pochi chilometri più in là ce sono altri che la serata la stanno passando seduti ai tavolini del caffè “Le Carillon” o a cena al ristorante etnico “Le Petit Cambodge”. Altri sono allo stadio a vedere l’amichevole Francia-Germania. Altri ancora davanti un McDonald’s.
Quando si scatena l’inferno fuori dallo stadio e nei tre locali praticamente in contemporanea, nella sala concerti sono ancora ignari di tutto. Cantano e ballano al ritmo del rock duro. Si divertono. Poi improvvisamente alcuni uomini armati irrompono all’interno della sala interrompendo il concerto e iniziando a sparare alla cieca sulla folla, senza alcuna esitazione.

Guardate ancora il cronometro. Se sono passati almeno dieci minuti, potete fermarlo.
Durante questi dieci minuti quella notte, al Bataclan, i fucili d’assalto AK-47 degli attentatori hanno sparato continuamente, interrotti solo dalle pause che occorrevano per ricaricare i proiettili. Durante questi dieci minuti le vite e le storie di Marie, Mathias, Vincent, Valeria e altre centinaia di persone sono stati spazzate via dalla follia e dall’esaltazione omicida di giovani come loro. Come me che sto scrivendo e come te che stai leggendo - perché sì - quella notte al Bataclan, così come al caffè Carillon, al Petite Cambodge o allo Stade de France potevo esserci io e potevi esserci anche tu.



Non strumentalizzate la morte utilizzando la religione: nessun Dio chiede il sacrificio di innocenti in suo nome. In nessun passo del Corano viene chiesto di uccidere. Se credete in Dio, qualsiasi esso sia, non potete credere anche che tutto ciò sia stato fatto per motivi religiosi (anche perché più di una vittima dell’attentato era di religione islamica). Non pregate per i morti di Parigi: non avrebbero voluto. Non fatevi convincere da chi dice che le frontiere vanno chiuse, che tutto ciò è colpa dell’eccessiva circolazione di immigrati. Non fatevi neppure convincere da coloro che predicano razzismo e xenofobia, dagli sciacalli che sui cadaveri ancora caldi delle vittime hanno intessuto la propaganda politica e l’hanno usata per incitare alla vendetta, facendo leva sull’umana reazione di rabbia iniziale. Se pensate anche solo una delle cose sopracitate avrete fatto il gioco dell’Isis, che vuole distruggere il modello di integrazione occidentale e avrete fatto il gioco dei grandi, di quelli che dalle guerre ci guadagnano economicamente e politicamente. Non si tratta di buonismo né tantomeno di moralismo. La violenza, purtroppo, è un sentimento vecchio come il mondo e l’uomo è per sua natura violento. Sarebbe utopico pensare ad un mondo senza alcuna forma di violenza, ma si farebbero dei passi enormi anche solo evitando di dimenticare il passato.


La vita non è un cronometro e non può essere controllata, fermata o riavviata. Purtroppo ci sono momenti in cui non si riesce a trovare alcuna giustificazione per ciò che succede. Si deve andare avanti, nonostante tutto, ma è importante non dimenticare i volti freschi di Marie e Vincent, gli occhi innamorati di Marie e Mathias, l’espressione scanzonata di Gilles che scatta il selfie. I sorrisi dolci di Valeria e Lola.
Reagite e vivete “per loro”: impegnatevi e date il massimo per realizzare i vostri sogni e le vostre ambizioni. Sorridete. Piangete. Lavorate. Scattatevi foto. Non smettete di viaggiare. Fate l’amore, litigate, abbracciatevi, ascoltate musica. Impegnatevi per portare avanti l’integrazione e soprattutto l’educazione al multiculturalismo. Per rimediare, per quanto possibile, al fallimento di una società malata, di un sistema che ha avuto come conseguenza quella di far credere a un gruppo di ragazzi che ucciderne altri della loro età potesse risolvere qualcosa. Perché nonostante sia difficilissimo pensarlo, anche loro, i carnefici sono vittime.



(17 novembre 2015)



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