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Storia del “biscotto” sportivo: la (a)normalità del bene

Bisognerebbe parlare di più del bosco che cresce e non soltanto dell’albero che cade, del barista che rinuncia al facile guadagno delle slot machine e del pensionato che si offre di tenere aperte le porte del museo paesano; di contro, invece, il luogo comune tutto italiano, secondo cui il bene non fa più notizia, viaggia nella direzione opposta.


Abbiamo letto per giorni, sui quotidiani sportivi nazionali, delle vicende in merito all’ultimo campionato mondiale di motociclismo, che ha chiuso i battenti in quel di Valencia; alla fine lo spagnolo Jorge Lorenzo ha battuto, anche se di poco, Valentino Rossi ma ha dovuto fare i conti con le ombre oscure e gli strali di una parte della carta stampata che ha trovato il modo di non farlo uscire vincitore a testa alta. Vicenda ormai nota quella dell’aiutino in gara da parte dell’altro spagnolo Marc Marquez, che ha fatto “da tappo” tra Jorge e Valentino, facendo perdere tempo (e punti) all’italiano; una penalità ai danni del “Dottore” per una scorrettezza proprio ai danni di Marquez nella penultima gara del mondiale, ha relegato il Vale nazionale alla fine della griglia di partenza nella gara decisiva, consegnando di fatto il quinto titolo iridato a Lorenzo.




In gergo sportivo, quel che è successo fra i due campioni spagnoli si chiama “biscotto”, ma combine (o slealtà) è forse il termine più consono, ossia ciò che implica accontentare due parti, in questo caso Lorenzo e Marquez, a sfavore della vittima, cioè Rossi. Sembra che gli spagnoli abbiano nel proprio DNA la propensione a “deviare” in tal senso il corso delle gare: ai Giochi olimpici di Londra 2012 la nazionale iberica di basket perse volutamente contro un dimesso Brasile per evitare di incontrare in semifinale lo squadrone Usa.
La storia di (a) normalità sportive è piena però di altri esempi del genere.
Nel 2004, agli Europei di calcio in Portogallo, il 2-2 nel fra Svezia e Danimarca fu il “biscotto” che condannò la nazionale italiana all’eliminazione. Un’altra assurdità del genere fu quella dei pluricampioni del Brasile della pallavolo che vinsero il mondiale (quello del 2010 svolto in Italia) ma, per evitare in semifinale le favorite Serbia e Russia, contro la Bulgaria schierarono solo le riserve, perdendo il match.



Parlando di badminton fu emblematica l’espulsione delle coppie di doppio femminile cinese e sudcoreane, oltre alla squalifica per quattro mesi inflitta alle tenniste indonesiane Greysia Polii e Meiliana Jauhari (in foto), durante le Olimpiadi di Londra 2012 per aver cercato palesemente di perdere nelle gare preliminari al fine di avere un “cammino” più agevole nella fase finale. Spostandoci sul tennis, non bastò invece al ceco Ivan Lendl perdere (facilmente) l’incontro contro l’americano Jimmy Connors al Volvo Masters del 1980 per evitare in semifinale lo svedese Björn Borg, in quanto esso trionfò ugualmente.
Combine anche nel ciclismo: “Oggi ho perso per far perdere Saronni” – dichiarò Francesco Moser e non fu da meno il belga Maertens ai mondiali 1973 che favorì Felice Gimondi ai danni del connazionale Eddy Merckx. Sono queste tutte pagine di sport in agrodolce che confermano il luogo comune di un certo giornalismo, secondo il quale il bene non fa notizia.




I campioni, quelli veri, sono invece veloci ed imprendibili, capaci di non mollare quando gli altri sembrano irraggiungibili e di crederci fino all’ultimo senza trucchi, quelli perfetti nel gestire la “pressione” (anche mediatica) dentro e fuori gara; giusto quindi scrivere di queste persone e delle loro gesta sportive, parlare dei successi e delle loro rinunce e degli atti di generoso altruismo sacrificando tempo e denaro per dar speranza a chi l’ha persa, ma purtroppo il “bene” non fa più notizia. Oggi serve lo scoop di qualsiasi tipo ed è proprio per questo che già da qualche tempo fa più notizia chi lavora nell’ombra e studia il modo migliore per far uscire a testa bassa l’antagonista. Con la caccia continua allo scoop ci si occupa soprattutto delle vite sbagliate ed il bene diventa una (a)normalità.



(11 novembre 2015)



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