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Terrorismo 2.0, l'acquisto che cambiò la concezione del terrore

La visione che abbiamo del terrorismo può essere concepita come una strategia comunicativa violenta. Infatti, per ritenere che un atto sia terroristico, dev'essere costituito da tre soggetti: un agente, una vittima, ma soprattutto un sopravvissuto, il vero ricevitore del messaggio. Per molti secoli il rapporto tra questi elementi era unilateralmente diretto: gli attentatori criminali erano coloro che lo ponevano in essere, le vittime, nella maggior parte dei casi, erano caratterizzate da una completa fungibilità e, infine, i superstiti, coloro che ricevevano il bacio della dea bendata, scampando alla tragedia per riabbracciare i propri cari.


Il 1° novembre del 1996 cambiò radicalmente tutto: le distanze, l'intensità dei messaggi, la natura ideologica delle azioni, ma soprattutto, la percezione del fatto. Con un semplice acquisto. L'azienda britannica numero uno per le comunicazioni satellitari lanciò un nuovo gioiellino: l’Inmarsat Mini-M, un telefono satellitare con le parvenze di un portatile, ma con una cornetta telefonica inclusa. Un bel pezzo d'antiquariato per i nostri attuali standard. Per la modica cifra di 15 mila dollari, un certo Osama Bin Laden se lo fece spedire da Londra a Kandahar, in Afghanistan, e con 900 chiamate in Gran Bretagna, Pakistan, Stati Uniti e Yemen provocò la morte di più o meno 3000 persone, pianificando disumani attentati. Siamo di fronte al pioniere del terrorismo transfrontaliero. Osama Bin Laden è il primo a concepire il terrorismo come un movimento globale e dunque interdipendente ad una rete di comunicazione solida ed estesa.


Con l'avvento del XXI secolo, costole di Al Qaeda si staccano ed iniziano a correre con i tempi, se non più velocemente. La modalità per reclutare nuovi seguaci, trovare finanziamenti ma, in particolare, raccogliere e diffondere notizie seguono passo passo le innovazioni tecnologiche più recenti. Nulla di nuovo, a meno che non ci soffermiamo a pensare che l'obiettivo diventa contemporaneamente il mezzo: qual è la dimensione liberale e democratica per eccellenza promossa dal mondo occidentale? Niente di più facile: internet. Organizzazioni terroristiche come l'IS, Boko Haram e Al-Shabaab seminano terrore e odio attraverso i social network con una facilità impressionante. Questa semplicità è celata dietro ad un tweet, ad un click o qualunque altro verso simile ad un roditore, portando con sé la fredda sensazione che mischia la realtà con l'apparenza.
Immagini propagandistiche degne dei migliori videogame, sparatorie riprese alla “Call of Duty”, messaggi studiati persino nel contrasto dei colori, facendo uso dei più ricercati programmi, surclassando i cortometraggi dei più famosi film-maker, fino ad arrivare al lancio degli ordini ad agire da una innocua Playstation 4. Siamo ben distanti dalla straziante musica araba messa in sottofondo da un malandato stereo durante la rivendicazione della paternità dell'attentato alle Torri gemelle da parte di Bin Laden. A ben vedere, l'uso sistematico di internet da parte delle organizzazioni terroristiche è una conseguenza strettamente legata all'aumento esponenziale della connessione dei cittadini alle varie piattaforme sociali in rete.


Osservare una guerra attraverso un device è totalmente differente rispetto a viverla, ovviamente. Tuttavia questo divario lo riusciamo solo in parte ad immaginare quando improvvisamente ci rendiamo conto che possiamo essere realmente colpiti. Quando capiamo che è la nostra stessa pelle che può essere bruciata dall'esplosione di una bomba mentre stiamo guardando uno spettacolo, andando allo stadio o semplicemente viaggiando in metropolitana. In quel preciso momento la reazione è una sola: il panico. L'essere connessi e quindi solo virtualmente vicini, rende ancora più influenzabile la nostra cognizione di causa, allontanandoci spesso e volentieri dalla realtà dei fatti, rendendo ancora più chiaro, oggi più che mai, che l'umanità si divide innanzitutto tra chi sa riconoscere la differenza tra un colpo di proiettile e un petardo. Effettivamente stanno correndo anni in cui la confusione regna sovrana tra le frontiere degli Stati, nei campi di guerre, sui tavoli diplomatici, nelle chiese, nelle moschee... Difensori della patria si trasformano in assassini, la guerra che si nasconde dietro al mantenimento della pace, “siamo noi contro di loro” – affermano i nostri leader – pur non avendo idea di chi siano loro e ancor meno di chi siamo noi.


In fondo, inizia ad essere molto sottile la differenza tra un civile che corre per il Central Park ed uno che cammina per le strade di Kabul, forse quest'ultimo deve stare solo un po’ più attento a dove mette i piedi. Lo diceva anche Niccolò Machiavelli: “Chi riesce a controllare la paura altrui, ottiene il potere”. Di conseguenza, pur restando sempre lecito provare sensazioni d’insicurezza e timore, dobbiamo tener ben presente che queste non dovranno mai inficiare la nostra libertà di scelta. È proprio questo che dobbiamo proteggere: la nostra libertà di entrare nella sala di un teatro o sederci sulle gradinate di uno stadio, perché sono proprio queste le espressioni massime della nostra libertà di scegliere. Ecco cosa è stato attaccato, ciò per cui vale la pena vivere.
L'invito è di scegliere se pensare che la natura umana non si limiti a combattere il fuoco con il fuoco, ma che restando umani, uniti e con i valori ben saldi, la nostra libertà non può essere soppressa. In caso contrario, avremmo già perso.


Federico Bertoni
(25 novembre 2015)



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