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Un mondo giusto non è mai NATO. Sostegno Not Afraid

“Ora sono solo davvero arrabbiata con questo terrorismo e quelle persone sono degli idioti! Uccidere persone innocenti, bambini, donne, uomini senza niente con cui difendersi è disumano. Pour moi ils sont inhumains” (Clotilde).
Sabato mattina la prima cosa che ho fatto, appena mi sono svegliata, è stata scrivere ai miei amici francesi. Per fortuna stanno tutti bene. Uno di loro si trova in Sudafrica, doveva prendere un volo per rientrare ma, dato che tutte le frontiere sono chiuse, non può tornare a casa. Clotilde mi ha scritto che sta aspettando notizie da alcuni suoi amici che vivono nel centro di Parigi e che spera che non si trovassero fuori durante gli attacchi.


“Per ora ci hanno detto che ci sono 129 morti, ma non abbiamo altre informazioni. Non capiamo cosa stia succedendo... in Francia abbiamo molti problemi in questo momento e le persone stanno diventando veramente razziste” mi ha scritto. Riflettendo proprio sul conseguente rischio di diffusione di sentimenti razzisti, “non è solo un problema europeo, ora è un problema mondiale. Spero che non si diffonda un sentimento razzista tra le persone ma ora si sente davvero la presenza di forti discriminazioni tra francesi e musulmani” – ha aggiunto. “Anche se al momento mi trovo a Lione, non mi sento al sicuro. Sono sempre in allerta e preoccupata che possa accadere qualcosa, soprattutto quando devo usare la metro o cose del genere”.
Poco dopo, è entrata in camera mia la mia coinquilina tedesca Lydia. Era un po’ preoccupata. Mi ha spiegato che suo fratello si trova a Parigi per studiare. Poco dopo, riesce a sentirlo su WhatsApp: tutto bene. Suo fratello si chiama Simon. Ho scritto anch’io a Simon per capire un po’ meglio cosa sta davvero succedendo a Parigi. Al momento è chiuso in casa, gli hanno detto che è meglio non uscire. Non è ancora riuscito ad avere notizie di alcuni suoi amici che l’altra sera si sono ritrovati nel bel mezzo delle esplosioni.


Le immagini, i video e le testimonianze parlano chiaro. Mentre ognuno di noi oggi si sente un po’ più solo nel guardare dal piccolo schermo del proprio smartphone quello che è successo, cercando un perché. A volte è difficile trovare delle parole che, oltre a tentare di spiegare cosa stia succedendo, non ci facciano sentire inutili di fronte ai fatti. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scriveva Karl Kraus in seguito all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi.
Lo scenario, per quanto di fronte ai mass media appaia apocalittico e per quanto sia assolutamente orribile e privo di una qualsiasi giustificazione, è anche facilmente contestabile. 129 morti a Parigi in una sera creano un allarmismo internazionale che invece la morte di altrettante o più persone in un attacco terroristico presso un Paese non occidentale non creerà mai, benché accada molto più frequentemente.
Perché accade questo? Perché la stessa scenografia, posta su un palcoscenico occidentale, cambia magicamente ogni tipo di reazione da parte del pubblico? E allora ecco che in Francia non è accettabile ma in Siria ad esempio sì. È come se in certi luoghi del mondo ci stessimo abituando alle immagini del terrorismo e della guerra. Uno di quei discorsi che qualcuno termina sempre sostenendo che “la guerra c’è sempre stata”. Come se ciò ne giustificasse l’esistenza. E questo è davvero aberrante.
Cos’è successo davvero venerdì 13 novembre? Cosa succederà domani? Non possiamo davvero saperlo. Ieri qualcuno ha risposto alla guerra con la guerra e oggi qualcun altro si sta preparando a fare la stessa identica cosa. Giustificare o condannare al momento credo proprio che non serva a niente e sicuramente io non ne sarei in grado. Mi limito a voler capire.
Il terrore nasce proprio quando non si hanno coordinate, le notizie sono confuse e tutto appare precario e fragile. Il fenomeno è più complesso di quello che appare ed è impensabile che dietro ci sia un’unica causa, come ad esempio un’altra crociata al contrario da parte del mondo musulmano. È però naturale ricercare un capro espiatorio e la religione offre sempre ottime motivazioni. Sono però convinta che non è uccidendo i terroristi che si risolveranno le cose.
Forse familiari e amici di chi per colpa del terrorismo ha perso la vita non saranno d’accordo e non potrei che comprenderli. Ma a parte l’iniziale sensazione di benessere per aver eliminato il carnefice, il problema sarà realmente risolto? Con che criterio andando avanti di questo passo il terrorismo sarà “sconfitto”? Nulla è più insensato della frase “lotta al terrorismo”.


“Un mondo giusto non è mai NATO”, recitava con sottile ironia uno striscione tenuto in mano da giovani studenti a Bologna qualche tempo fa. Continuando a rispondere in questo modo, prima o poi potremmo trovarci d’accordo in una soluzione in cui l’unico modo per estirpare il terrorismo è una radicale eliminazione di tutti i potenziali carnefici, solo perché appartenenti ad un determinato Paese. Una sorta di nuovo olocausto in chiave musulmana. E non è poi forse così casuale che proprio in questo ci sia una tale rabbia verso il problema dell’immigrazione.
Allora piuttosto che uccidere i terroristi bisognerebbe eliminare le ragioni che li rendono tali. Alla fine però noi siamo quelli fortunati, noi che non siamo i diretti coinvolti, noi che non dobbiamo neppure prendere immediate decisioni a cui invece penseranno quei politici che indovina indovinello… abbiamo votato proprio noi. Abbiamo però una grande responsabilità. Noi, al sicuro nelle nostre tiepide case, siamo quella maggior parte che nel suo piccolo potrebbe fare la differenza più grande. E allora ricercare la verità dell’informazione, creare dei campi di comprensione invece che di battaglia sarebbe assolutamente notevole.
E per farlo, perché non effettuare nelle scuole un’educazione alle diverse religioni? Perché non studiare di più l’arabo oltre all’inglese e al cinese? Perché non trasmettere più film provenienti da altri Paesi o case editrici più multiculturali? Perché non provare a conoscere ancora di più quello che ci viene presentato come diverso? Se questo è il mercato, cambiando i nostri interessi, forse, potremmo volgerlo a nostro vantaggio invece che limitarci a comprare in maniera passiva e bulimica quello che il Dio Danaro continua offrirci in sacrificio. Ma per cambiare i nostri interessi dobbiamo volerlo fare.


Ieri sera sono scesa in piazza a Bologna. Alcuni studenti francesi avevano organizzato un piccolo minuto di silenzio in cui stare insieme. Per terra una Torre Eiffel di lumini intersecata con il simbolo della pace, sopra la scritta: “Sostegno not afraid”. Not afraid, not afraid, not afraid, continuavo a ripetermi. Siamo rimasti in silenzio. Tre ragazze sono scoppiate a piangere, il fratello di una loro era andato a vedere l’amichevole allo stadio.
Not afraid.
Sono certa che ai parigini non sarà servito un solo secondo del nostro minuto. Ma a noi che siamo lontani sì. Perché? Perché alzando lo sguardo mi sono resa conto che ragazzi provenienti da ogni parte del mondo si facevano girare un accendino per accendere dei semplici lumini messi per terra a simbolo di “pace”.
Mi sono resa conto che accanto a quei ragazzi francesi c’erano dei ragazzi musulmani che erano tristi almeno quanto me. Ma se non avessi alzato lo sguardo, se avessi avuto paura, se fossi stata indifferente, rimanendo tra le mura di casa non avrei imparato niente.
Not Afraid.
“Benedetta sia la paura madre delle muse e delle divinità” recitava un detto antico che mi ha sempre colpita. E io da parte mia se proprio devo credere in qualcosa, per ora posso credere solo nel dubbio di poter davvero credere in qualcosa. Se è vero che le religioni possono nascere per paura, è altrettanto vero che “l’assenza di paura è il primo requisito della spiritualità”. E la spiritualità è un valore umano presente in ogni uomo religioso, credente o ateo che sia. È una torcia di plastica a cui ogni tanto si scaricano le pile, che permette a ognuno di noi di sbirciare un secondo nello spioncino della porta che conduce a noi stessi, prendere coraggio e accettare che non riusciremo mai a illuminare tutta la stanza. Rimarranno sempre delle zone d’ombra a farci paura, anche se a seconda della prospettiva che sceglieremo di cambiare, con il tempo cambieranno anche loro.
Ma forse essere consapevoli dell’ombra e accettare uno spazio vuoto tra le righe è l’unico modo per vedere che quegli spazi vuoti sono così necessari. Gli unici, tra tante parole, a permetterci un respiro.


Elena Benearrivato
(15 novembre 2015)



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