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La nascita: una questione di fortuna, fatalità o casualità?

“L'interno era quasi buio. Non c'era nessuno. Niente li avvolse o li colpì realmente e metaforicamente: odori, voci, brusio, persone in agguato con qualcosa di pericoloso in mano. Tutto l'ambiente era vuoto o quasi e, a differenza del precedente, era più umido e più caldo; solo il tenente Murrell trasalì istintivamente quando un raggio di sole attraversò gli interstizi di una finestra semi-sbarrata e illuminò l'ampia stanza con un riverbero di ere trascorse. Una bimba di cinque anni con una bella treccia nera e due occhi profondi avanzava verso di lui portando nelle mani una grossa scatola di latta decorata a motivi floreali, che quasi gli tendeva come per porgergliela. I tre giovani soldati rimasero immobili a fissarla. Il tenente Murrell la guardò con tenerezza, e si fece nitida nella sua mente l'immagine della figlia Clara che aveva all'incirca la stessa età di quella bimba... e una strana figura come di una vecchia signora vestita di nero che sembrò frapporsi per qualche attimo appena. Sorrise e si chinò un poco per prendere la scatola di latta che ella, ricambiandogli il sorriso, gli tendeva. Nello stesso istante dalla casa poco distante, il sergente e gli altri udirono, distintamente e terribilmente, l'esplosione che dilaniò l'intera struttura con chi si trovava all'interno e con ciò che vi era attorno, e percepirono, con dolorosa angoscia, lo spostamento d'aria che ne seguì e che portò fino a loro la testa della bimba e del tenente insieme a un braccio muscoloso che reggeva ancora il mitra, a varie dita della mano e a pezzi di carne sanguinolenti coperti da brandelli di tuta mimetica”.


Questo brano, tratto ancora dal mio libro Stralci di guerra nel XXI secolo, pone una breve quanto concisa riflessione su un "problema piuttosto spinoso e doloroso" che riguarda il terrorismo islamico-integralista e la guerra (civile e non) in molte aree del Medio Oriente e dell'Africa subsahariana: il coinvolgimento dei bambini e dei giovani dai venti anni in giù in azioni di morte in modi che appaiono aberranti e spaventosi agli occhi e alle orecchie di persone lontane dai conflitti armati e dai luoghi dove esse avvengono. Quante volte, in questi ultimi due anni soprattutto, abbiamo visto le foto sui giornali, le immagini nei tg e i video su internet di bambini di dieci, undici anni e anche più piccoli nell'atto di tagliare la gola ad ostaggi o prigionieri, con un mitra in mano mentre sparano su persone inermi e innocenti e mentre recano in mano un oggetto insospettabile (proprio come la bimba del brano riportato), che si rivelerà essere un pacco-bomba?
Viene quasi sempre da domandarsi: è consapevole il bambino di ciò che sta facendo? Forse sì, forse no. Forse per lui è soltanto un gioco, anche se sinistro e di morte. Perché lo fa o, forse meglio, accetta di farlo? Per paura, per coercizione, per minaccia, per convinzione, perché è nato, cresciuto e vive totalmente immerso in un ambiente socio-religioso particolare, di guerra, di rivalsa, di esaltazione, di fanatismo, di invasamento? Scarterei l'ipotesi "per convinzione" e accetterei un po’ tutte le altre messe insieme. Un bambino piccolo, fino ai dodici anni di età, non può mai avere convinzioni proprie o indotte di nessun genere. Può essere risoluto, coraggioso, anche determinato ma la sua mente non è ancora capace di libero arbitrio, di decidere coscienziosamente e con cognizione di causa. Basta osservare in modo profondo i suoi occhi e il suo viso per capire, in misura maggiore o minore a seconda di chi osserva e di come si osserva, che egli o ella sta vivendo in pieno "un momento ludico", quasi irreale, piuttosto normale nell'infanzia in genere. Ma, allo stesso tempo, la sua espressione appare come velata o offuscata da un qualcosa di perso, di stravolto, di non-ritorno decisamente traumatizzante.


L'infanzia e l'adolescenza sono periodi difficili da vivere e da comprendere in situazioni normalissime, in situazioni estreme si trasformano in realtà inverosimili, scioccanti, di dolore inaudito e di sofferenza inconscia all'interno di una ferita che, forse, non guarirà mai. I giovani di diciotto, venti anni comprendono ormai tutto del mondo e delle cose e, proprio a causa di ciò, la loro vitalità, la loro frenesia, la loro irruenza, il loro idealismo e il loro rifiuto di un certo tipo di vita e di società, di ambiente mediocre, ristretto, ipocrita, falso diventa incontenibile e deve manifestarsi a tutti i costi, perfino nel modo più violento e sbagliato. Sono molto sensibili perciò, ma anche molto vulnerabili, suscettibili e spesso, purtroppo, manipolabili da forze o situazioni più grandi e più potenti di loro. Non può sorprendere quando essi allora si fanno (e fanno) saltare in aria premendo il pulsante di una cintura imbottita di esplosivo che portano addosso intorno alla vita, perché negli attentati terroristici internazionali di ultima generazione sono i giovani a farlo (intorno ai vent’anni), mai quarantenni, cinquantenni o sessantenni.


Qual è la spinta propulsiva nel loro caso? Un ambiente famigliare sempre particolare nel suo contesto politico, religioso e sociale? Il fascino e la potenza di un'ideologia? I principi, i dogmi, le leggi di una religione? Un'emarginazione di fondo, la povertà, la mancanza di un futuro sereno e normale, la mancanza di affetti, di sentimenti, di pane e di calore? La mancanza di tutto quando si è circondati dall'abbondanza, dallo spreco materiale, dal consumismo più selvaggio? Non si può dare una risposta, e men che meno stando seduti al caldo, su una comoda poltrona con la pancia piena e l'attenzione assorbita da mille oggetti o cose futili, costose e moderne. Oggi, penso, determinante e decisivo, per la vita e per la morte di un essere umano, sia dove si nasce: in quale parte del globo si viene al mondo, si vivono la propria infanzia e la propria adolescenza e si giunge, eventualmente, sulla soglia della giovinezza. Se sia poi una questione di fortuna, fatalismo o casualità, poco importa.


Francesca Rita Rombolà
(2 dicembre 2015)



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