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L'augurio di Natale che ci facciamo

"Noi festeggiamo il bambino di duemila anni fa e ora, mentre parlo, ci sono bambini che nascono e muoiono nello strame. Il sentimento che il mondo dovrebbe essere diverso, e potrebbe essere diverso, è il sentimento di fondo del Natale. In fondo quando ci facciamo gli auguri - perché vedere solo l'aspetto ipocrita? - nell'altra faccia segreta c'è un sincero desiderio che il mondo sia diverso, che il mondo sia davvero fraterno ed è un sentimento buono. Siccome - ed ecco la parola del Prologo - tutti gli esseri sono stati creati nel Verbo e per il Verbo, quel bambino nato in una mangiatoia è colui nel quale tutte le cose sono state create. Nel nostro linguaggio antropologico potremmo dire così: in ogni essere umano, in quanto tale, c'è questa esigenza che viene da Dio, è assoluta. Questo è il senso decifrato del messaggio: tutti gli uomini dovrebbero vivere in pace fraterna, senza discriminazioni".


Da questo brano tratto dal libro Il tempo di Dio di Ernesto Balducci si può prendere spunto per una serie infinita di riflessioni, di commenti e altro sul Natale. Ma non è il caso di dilungarsi o di dissertare. Forse ha ancora un senso porsi questa domanda: quel bambino nato più di duemila anni fa in Palestina, in una stalla, senza niente di niente, riscaldato soltanto dal fiato di un bue e di un asino ci dice ancora qualcosa? E' un segno, ancora pur sempre un segno di contraddizione per molti? Quello era il tempo dell'attesa per l'uomo, dell'attesa di un evento cioè la venuta di Dio fra gli uomini. Nessuno, in fondo, sapeva esattamente come Dio si sarebbe manifestato: se come un condottiero terribile, un vendicatore del popolo oppresso di Israele, uno sterminatore di popoli e di nazioni o un portatore di pace, di giustizia, di libertà e soprattutto di liberazione. Dio ha scelto semplicemente l'uomo. Nella sua nudità e nella sua bellezza. Nella sua fragilità del tutto umana e nella sua capacità di migliorarsi e di elevarsi. E anche se ha scelto l'uomo in genere ha preferito la povertà, l'umiltà, la semplicità; non la ricchezza, lo sfarzo, la potenza guerriera. 


Quel bambino nato povero e deposto in una mangiatoia tanto ma tanto tempo fa in una terra, ieri come oggi, dilaniata da conflitti e da guerre di ogni sorta ha voluto riportare l'uomo a Dio facendosi egli stesso uomo perché l'uomo, anche se imbrutito, operante il male, solo e abbandonato a se stesso ha bisogno di Dio, avverte, comunque e ovunque, in modo innato e inconscio, l'impellenza del contatto con Dio dal quale è stato pur sempre creato a propria immagine e somiglianza. Questo bambino porta la pace al mondo e all'uomo: quella pace che accomuna, unisce, affratella tutte le creature della terra poiché è una pace soprannaturale e non rientra nelle categorie di valutazione e di raziocinio umane. Ogni augurio di Natale che ci facciamo, anche se spesso è solo parola esteriore e vuota, sia una timida goccia di sincerità in un oceano di indifferenza e non vada mai perduta fra le onde burrascose di questo oceano. Un Natale di pace fra gli uomini, le bestie, le cose. Un Natale di pace interiore. Perché il mondo sia davvero diverso.

Francesca Rita Rombolà

(22 dicembre 2015)

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