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Napoli e il valore del presepe: il Natale a San Gregorio Armeno

Abolire il Natale? Cancellare le tradizioni a favore di una società multietnica ed aperta al dialogo? Questi e molti altri sono gli interrogativi al centro di un acceso dibattito che in questi giorni ha avuto per protagonista uno dei capisaldi della tradizione culturale italiana: il presepe.


La polemica si è scatenata in alcune scuole italiane a seguito della decisione, presa da diversi dirigenti scolastici, di abolire la tradizionale recita natalizia e addirittura di impedire l’allestimento del presepe per evitare di “urtare o offendere la sensibilità di bambini che non professano il credo cristiano, che hanno altre tradizioni ed altre usanze”. Non si tratterebbe, dunque, di voler cancellare la tradizione italiana, ma semplicemente di ridurre la celebrazione del Natale ad un fatto privato, riservato alle famiglie e vissuto solo dentro di esse.
Eppure esiste un luogo in Italia, noto in tutto il mondo, che testimonia la forza delle tradizioni: via San Gregorio Armeno, a Napoli.


Presepi di diversa forma e dimensione, pastorelli in movimento, minuscole cascate meccaniche, stiratrici, lavandaie, pizzaioli, falegnami, muratori e persino avvocati, commercialisti, librai, imprenditori. Queste e molte altre statuine, dalle vesti cucite e rifinite in maniera impeccabile, popolano le botteghe degli artigiani napoletani che, a dispetto della crisi non solo economica ma anche culturale, continuano ogni anno a dare spettacolo di un sapere antico, tramandato di generazione in generazione. Entrando in una bottega presepistica napoletana è possibile scorgere ragazzi e uomini di tutte le età, dal vecchio che taglia abilmente cortecce e fogli di compensato per creare strutture e basi di costruzione, al giovane garzoncello che, alle prime armi, si affanna su e giù rifornendo i più esperti del necessario per la realizzazione delle preziose composizioni, al fabbro esperto che, abile ed accorto, sistema la carta, dipinge ed ottiene infinite sfumature diverse per dare all’opera d’arte quella parvenza di veridicità indispensabile per la sua efficacia comunicativa. Questi professionisti del presepe non si limitano soltanto al lavoro di bottega. Molti di loro, infatti, hanno sviluppato un consistente sistema di esportazioni e, grazie all’utilizzo dei software informatici, riescono oggi a vendere le loro opere in tutta Europa. “Spagna e Francia sono i nostri maggiori committenti”, afferma un artigiano che possiede una bottega da ben quattro generazioni.
Ma il presepe non è soltanto un oggetto, un “soprammobile”: il suo valore culturale va rintracciato, secondo gli artisti napoletani, nella semplicità con cui comunica l’importanza della famiglia. Il Bambino, la Madonna e San Giuseppe sono, infatti, spogliati della loro sacralità per essere accostati ad una famiglia qualunque che riesce ad opporsi alla cattiva sorte e a sopportare meglio il peso dell’esistenza solo restando unita.


Quando Francesco d’Assisi allestì il primo presepe nel 1223 aveva, infatti, intuito che avrebbe fatto breccia nel sentimento popolare. E da allora in tutta Italia (ed in seguito anche in Europa) il Natale si trasforma in un’occasione di unione e di incontro. Ed anche nel XXI secolo, in cui la crisi d’identità dilaga in maniera sempre più allarmante, non si riesce a fare a meno di quel momento in cui i bambini si affollano attorno al nonno per imitarne le mosse, carpirne i segreti e presentare, soddisfatti, la mattina di Natale, il lavoro di qualche giorno trascorso insieme. Ed è in quel momento che il presepe può dire di avere vinto la sua battaglia contro la società dell’oblio, dando nuovamente valore alla parola “famiglia”.


Anna Rita Santabarbara
(4 dicembre 2015)


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