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Quando la salvezza è portata da un messia guerriero

L'interesse per la sofferenza e per la salvezza escatologica (riguardante la fine di questo mondo e l'inizio del mondo nuovo: dal greco eskaton, ultimo) era molto vivo all'interno del giudaismo al tempo della dominazione romana. Tra il 6 e il 66 d. C., furono molti i tentativi di rivolta che ebbero, come presupposto e motivazione, la fiducia nell'imminente liberazione da parte di Dio. Al tempo della dominazione romana si fece strada l'idea che gli uomini non dovevano limitarsi ad aspettare pazientemente la salvezza definitiva. Più precisamente, si iniziò a proclamare da più parti che, negli ultimi tempi, Dio avrebbe posto a guida del popolo un condottiero della stirpe di Davide, cioè un nuovo re. A questo sovrano, che come tutti i re sarebbe stato un mashiah, un unto (cioè un consacrato a Dio) o, per meglio dire, "Il Mashiah” (da cui l'italiano "Messia"), Dio avrebbe affidato l'incarico di liberare il popolo ebraico da tutti i suoi nemici, mentre gli israeliti sarebbero stati chiamati a diventare, con lui, i protagonisti del conflitto escatologico, gli strumenti di cui Dio si sarebbe servito per instaurare il suo regno. È solo alla luce di queste concezioni che si comprendono appieno l'eroismo e il fanatismo con cui i sicari e gli zeloti (negli anni 66-70 d.C.) iniziarono e poi continuarono il loro impari duello con Roma; quella, ai loro occhi, non era una guerra qualsiasi, bensì lo "scontro finale" tra l'esercito di Dio e quello dei suoi nemici condannati prima o poi, malgrado ogni apparenza di successo e di trionfo, alla disfatta totale.


La comunità di Qumran fu fondata, intorno al 120 a.C., da una figura che è sempre chiamata, nei testi, "Maestro di Giustizia", espressione che, quasi certamente, va intesa nel senso di maestro che conosce e quindi è in grado di insegnare la volontà di Dio. Il Maestro, dunque, rivendicava per sé il ruolo di unico interprete autentico delle Scritture, il ché comportava la separazione, da tutti gli altri israeliti, di coloro che decidevano di aver fede in lui e nei suoi insegnamenti. In conformità con la concezione prevalente nei testi apocalittici, gli Esseni di Qumran davano del loro tempo un giudizio completamente negativo: esso, correntemente, è denominato "l'impero di Belial" (cioè di Satana), mentre coloro che ad esso non si sottraggono sono denominati "figli delle tenebre". Si badi, tuttavia, che tale qualifica non riguarda solo i pagani, bensì anche gli israeliti che non accolgono il messaggio del Maestro di Giustizia; costoro, agli occhi degli Esseni di Qumran, non fanno più parte del "popolo dell'alleanza" al quale, viceversa, appartengono solo i "figli della luce", cioè quanti, entrando "nella regola della comunità passeranno nel patto dinnanzi a Dio (impegnandosi) a compiere tutto quello che egli ha ordinato, a non ritirarsi dalla sua sequela per alcun timore e terrore e prova e tentazioni da parte di coloro che si trovano sotto l'impero di Belial" (1QS1, 16-18).


Tutti gli uomini che non fanno parte della comunità fondata dal Maestro di Giustizia, in altre parole, vengono considerati nemici di Dio, e come tali saranno sterminati "senza alcun resto" (1QS5, 13) nell'imminente conflitto escatologico. Fino alla vittoria, i "figli della luce" saranno condotti da un messia figlio di Davide (da non confondere con il Maestro di Giustizia); dopo aver distrutto gli empi, tuttavia, egli si sottometterà ad un altro messia, figlio di Aronne (cioè di stirpe sacerdotale), il quale restaurerà un culto puro nel tempio di Gerusalemme e guiderà il nuovo Israele nell'epoca che seguirà quella della "redenzione eterna", in cui "ogni nazione empia sarà annientata"(1QM15, 1-2).
A Qumran si praticava il celibato, mentre il lavoro e la preghiera erano strettamente connessi. Va precisato, tuttavia, che il lavoro degli Esseni aveva, come obiettivo primario, l'autarchia economica, ovvero la totale indipendenza dal resto del mondo. Lavorando, dunque, l'esseno rafforzava in sé la convinzione di essere un eletto, separato dagli altri uomini, coi quali non voleva e non doveva avere più nessuna relazione. Analogamente, il celibato degli esseni è solo superficialmente equiparabile a quello dei monaci cristiani: la scelta degli esseni di astenersi dai rapporti sessuali si spiega, innanzitutto, come sforzo di essere sempre in condizione di purità, ovvero pronti ad affrontare l'eventuale inizio del conflitto escatologico dei "figli della luce" contro i "figli delle tenebre". Al suo interno la comunità era organizzata secondo una rigida gerarchia, che trovava al proprio vertice i "figli di Sadoq", cioè i sacerdoti. Il primato dei sacerdoti all'interno della setta è molto evidente nel corso delle riunioni cultuali per le quali il sacerdote è indispensabile. Tra i riti, molto importanti erano le veglie, che occupavano "un terzo di ogni notte dell'anno" ed erano finalizzate "a leggere nel libro, a scrutare il diritto e a benedire in comune" (1QS6, 7-8). Nel corso di queste riunioni notturne, dunque, al primo posto stava la lettura delle Sacre scritture, che venivano commentate e attualizzate, cioè applicate alla vita della comunità. Infatti, come emerge dai "Pesharim" (interpretazioni) trovati fra i manoscritti di Qumran, l'interprete esseno non era tanto preoccupato di cogliere e spiegare con chiarezza il senso letterale di un testo biblico; piuttosto, il suo sforzo principale era quello di individuare i segreti ultimi dei libri divini, nei quali si riteneva fosse profetizzata la storia intera della comunità dalla comparsa del Maestro di Giustizia fino all'avvento del Messia figlio di Davide (regale) e del Messia figlio di Aronne(sacerdotale), cioè fino al trionfo definitivo di Dio.


Molti studiosi hanno visto nelle regole di vita essene una forma di integralismo religioso molto esclusivo dal quale ipotizzano siano nati movimenti di liberazione violenti, quali quello degli zeloti ad esempio, molto combattuti e temuti dai romani per il loro modo di praticare una guerra quasi "nascosta, imprevista e costante" al modo del moderno terrorismo islamico di matrice integralista. Quella di Qumran, in sintesi, può essere definita un'esperienza globale e totalizzante, che coinvolgeva ogni aspetto della vita della persona. Ogni gesto e ogni azione, insomma, nascevano dalla medesima convinzione: quella di formare il santo "resto di Israele", eletto da Dio nell'imminenza del conflitto finale.


Francesca Rita Rombolà
(10 dicembre 2015)



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