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Backcountry: il confine fra uomo e natura

Trama 
Due giovani trentenni, in procinto di fidanzarsi ma diversi fra loro, decidono di fare una gita e trascorrere un weekend libero in un’area selvaggia del Canada per stare un po’ da soli e lontano dalla consueta routine cittadina. Arrivati sul posto, equipaggiati di sacco a pelo e viveri, uno dei due, appassionato di campeggio, lascia di propria volontà i cellulari in auto per godersi in tranquillità il loro percorso turistico. A un accampamento fanno conoscenza di Brad, una guida per turisti un po’ eccentrica, che sembra voler indirizzare e consigliare la coppia a scegliere la strada giusta da seguire...


Commento
Con questo film, il giovane regista Adam MacDonald ci ripropone davanti agli occhi una delle più primordiali paure umane in una salsa leggermente più attuale e "gore" per il pubblico più avventuroso e amante del wild. Come da titolo, la zona “di confine” risulta come una sorta di riserva naturale in cui il tempo sembra essersi in qualche modo congelato in una lontana epoca ma nella quale il regista è in grado di tirar fuori l'aspetto più crudo e primigenio degli animali che errano in questa vegetazione. Un luogo non propriamente collocabile e riconoscibile: tant’è che il ragazzo esperto di escursioni ne ignorava la presenza e ricordava vi fosse un lago in quel posto.
Originale è stata la scelta della foresta, ovviamente a servizio della regia, le cui foglie possiedono più di un colore: oltre al verde caratteristico delle foglie comuni, gli alberi della zona “ignota” presentano molteplici tonalità (gialle e rosse) che sembrano quasi confondere la vista e far vacillare le sicurezze di chi si avventura per quei luoghi rupestri e marginali. L'approccio alla vacanza romantica da parte della coppia, dapprima ingenuo e sbarazzino, lascia poi il posto allo sbigottimento e a un notevole disorientamento.


La natura in questo film non è stata ripresa dal regista in una chiave da documentary movie e nemmeno da eco film per gli amanti dell'ambiente; difatti c'è da dire che non siamo di fronte a una semplice film di rivendicazione (genere revenge) o uno scontro uomo-animale per la difesa di un territorio definito e circoscritto (come troviamo nei precedenti animal movies anni ‘80), ma piuttosto ad un diretto confronto fra i nostri bisogni e quello dei predatori, il quale è riducibile fondamentalmente a quello di "cacciare per mangiare". Scontato dire che l'elemento Ambiente-Animale viene messo in primo piano lungo l'intero film, lo vediamo assurgere a un ruolo direi “superiore” rispetto al solito, ponendosi, nei confronti degli stessi protagonisti, come vero e proprio antagonista ma senza alcuna vendetta o male intrinseco, bensì per mero impulso istintivo di sopravvivenza.
Oggettivamente la sceneggiatura della storia risulta un po' esile e non troppo lineare nello sviluppo: a sua volta, però, risulta essere una scelta funzionale a favore del regista per accrescere l'aspetto realistico e imprevedibile della vacanza wild.



Gli eventi che vediamo susseguirsi durante la visione sembrano accadere casualmente e con poca previsione lasciando allo spettatore quel giusto senso di disorientamento; la molta tensione accumulata nella prima metà dà modo alle (poche) scene cruciali di risultare piuttosto scioccanti a primo impatto e a caldo. Degna di merito, fra tutte, è la scena dell'attacco dell'orso: emblematica e intensa proprio perché in questo frangente tutte le aspettative, le proposte per il futuro della coppia, come anche le incompatibilità che vediamo affiorare dai due sventurati, vengono, nell'immediatezza dell' atto, annullate e strappate via dagli stessi artigli del predatore, un temibile grizzly bruno e dalla semplice e selvaggia legge della natura dove la razza predominante e senza scrupoli vince su quella più debole.


In ultima analisi, anche la fauna che contorna l'area incontaminata sembra, sul finale, mostrare incuranza e prendere le distanze dall’uomo (in una scena a rallenty un cervo rivolge appena uno sguardo indifferente alla giovane in cerca di soccorso), ciò come a ragione di un luogo inviolato e puro dove l'uomo non è ospite gradito e non dovrebbe trovarvisi affatto.


Massimiliano Rosini
(27 gennaio 2016)


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