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Burundi, guerra etnica da scongiurare

Forse non tutti sanno che in Burundi, un piccolo stato africano di appena dieci milioni di abitanti, attualmente si rischia una guerra civile. Il 9 novembre scorso la Francia ha evidenziato il problema al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.


Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi dal 2005, sta generando malcontento tra un gruppo cospicuo di ribelli per la sua elezione a presidente per la terza volta consecutiva; viene accusato di essere un dittatore che si rifiuta di deporre lo scettro. Egli avrebbe violato la costituzione, dicono gli oppositori, perché sono previsti al massimo due mandati e Onu, Stati Uniti e Belgio sono d’accordo, ritenendo le ultime elezioni non autorizzate, visto che ai seggi dello scorso luglio non c’erano osservatori internazionali a verificare che non ci fossero brogli elettorali. Molti sono i ribelli, per lo più di etnia Tutsi, che vogliono imbracciare le armi. Il Presidente ha reagito alle rivolte, che ormai durano da luglio, minacciando una strage. Si è parlato anche di voler annientare le aree dei rivoltosi. I Tutsi sono in minoranza ed il regime è convinto di poter rivolgersi alla sola popolazione per “schiacciarli”. Il tutto appare terrificante e assolutamente da non sottovalutare. Si tratta di una vero e proprio scambio di minacce pesanti tra il regime e i ribelli. Si cerca di non ricondurre il problema alle etnie, ma tutto rimanda a quello e ricorda il massacro avvenuto in Rwanda nel 1994. 


L’Onu è preoccupato, così come alcune organizzazioni non governative, che si pronunciano destando solo preoccupazione. La soluzione sarebbe quella di fermare il tutto sul nascere e cercare di mediare, parlare col regime e quindi con Pierre Nkurunziza sperando di trovare soluzioni che non scatenino l’inferno. Bisogna ricordare che prima di essere eletto presidente, Pierre Nkurunziza era a capo del partito politico CNDD che un tempo era costituito da un gruppo di rivoltosi appartenenti all’etnia Hutu.


In questi giorni se ne sta parlando alle Nazioni Unite e sembra che due possibili soluzioni siano state prese in considerazione: una è il ricorso a MONUSCO, la missione di pace delle Nazioni Unite nel Congo orientale, da attuare anche in Burundi e ciò richiederebbe l’autorizzazione da parte dei 15 membri del Consiglio di sicurezza. La seconda opzione sarebbe inviare una forza d’intervento (Standby Force) in Africa Orientale. Speriamo non si debba segnare un altro orribile evento sanguinoso nella storia dell’umanità.


Valentina della Rocca
(10 gennaio 2016)


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