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“Elements of Romance. Works from The Seventies”: una mostra di Bill Beckley

C’è una bellissima retrospettiva fotografica allo studio Trisorio di Napoli dell’artista americano Bill Beckley, protagonista della narrative art, una corrente nata in risposta alla essenzialità del minimalismo.


La mostra fotografica si concentra sui lavori degli anni ‘70 di Beckley; è infatti in quegli anni che Bill inizia il suo percorso creativo dove le sue fotografie, abbinate a testi suoi o presi da giornali, diventano una vera forma d’arte e racconto. In mostra ci sono lavori storici, come Cake story del 1974 e Paris bistrot del 1975, in cui la scrittura viene usata accanto all’immagine fotografica in una fusione artistica che diventa quasi un film da vedere. Mao dead è del 1976 e l’immagine del dittatore morto viene posta accanto ai titoli dei giornali che parlavano della sua morte, una immagine forte e emblematica di come si può raccontare per immagini e parole.


Tutte queste fotografie, che sono delle opere d’arte, raccontano di esperienze, di ricordi personali, di intuizioni artistiche e di tanto altro, per esempio Myself as Washington è la sintesi della performance artistica di Beckley, il suo emblema, la sua filosofia artistica, come a dire “questo sono io, ironico, irriverente, progressista, coraggioso”. Molto bella è anche Elements of romance, l’opera che dà il titolo alla retrospettiva, in cui una bottiglia piena di vino si affianca ad una candela accesa e osserva ciò che viene dopo, ovvero una candela spenta e la bottiglia vuota, un “prima e dopo” che lascia spazio alla fantasia e all’immaginazione.
Beckley usa la macchina fotografica come se fosse una macchina per scrivere: ci sono incipit, ci sono ricordi accennati, brandelli di racconti, canovacci narrativi, il tutto presentato attraverso le immagini. Il racconto fotografico diventa denso e unico nel suo genere come l’opera Deirdre’s Lip (1978), una grande bocca col rossetto rosso che sovrasta tre nuvole scure, a sua volta la bocca viene sovrastata da un passaggio fumoso che lascia presagire un qualcosa di triste che sta per accadere. Questi lavori mettono in evidenza parti di corpo umano che diventano il fulcro della narrazione.


Tutto il lavoro di Beckley è una stratificazione dove, scavando, si può trovare di tutto, una stratificazione illogica all’apparenza, ma che invece ha sempre un significato, un rimando dietro l’altro, un gioco dove se giochi puoi trovare altri giochi e dove l’ironia si maschera di leggerezza e mette in evidenza un sentire più intimo. La sua è un’arte concettuale duttile e corposa, che non è fine a sé stessa ma che può trasmettere riflessione diventando farsa e mistero. La sua arte fotografica è un linguaggio che cambia continuamente forma e interpretazione.


(31 gennaio 2016)



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