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In Europa una frontiera tira l’altra

L’inverno non riesce ad arrestare l’imponente flusso migratorio verso l’Europa. Nel 2016 il primo migrante morto nelle acque del mar Egeo è un bambino di nome Khalid. Vari mesi dopo l’annegamento del piccolo Aylan che ha commosso il mondo, nulla sembra essere cambiato. Anzi, tutto sembra essere cambiato in peggio.


Gli attentati di Parigi, gli allarmi terrorismo - veri o presunti - in molte grandi città europee. E da ultimo le ripetute aggressioni sessuali contro decine di donne nella notte di capodanno a Colonia, i cui responsabili sono stati identificati come giovani dai tratti somatici arabi o nordafricani. Le difficoltà di integrazione e il numero crescente di profughi hanno spinto la Danimarca e la Svezia alla sospensione del trattato di Schengen. Il primo passo è stato fatto dalla Svezia, che ha ripristinato i controlli alla frontiera danese. Come in una reazione a catena, la Danimarca ha sospeso gli accordi di Schengen ai suoi confini meridionali con la Germania. Ogni giorno, secondo il ministero dell’interno di Berlino, tra i 100 e i 300 richiedenti asilo si spostano dalla Germania alla Danimarca.


Pur distinguendosi come regina dell’accoglienza in Europa, a settembre 2015 la stessa Germania aveva sospeso la libera circolazione ai confini austriaci. Alle porte del Paese di Angela Merkel hanno bussato un milione di richiedenti asilo nel 2015. Dopo i fatti di Colonia, la politica di apertura della Cancelliera è sempre più in crisi. C’è da dire che i trattati europei prevedono in circostanze eccezionali il ripristino dei controlli alle frontiere. Ma l’eccezione sta sempre più diventando la norma. Ci si chiede che fine abbiano fatto i tre miliardi di euro dati dall’UE alla Turchia per la gestione dell’emergenza migratoria. E quale sia il ruolo dell’agenzia europea Frontex per la sorveglianza dei confini esterni dell’Unione.
Bisogna distinguere chi ha diritto di asilo da chi è migrante clandestino. Non dimenticando però che le principali minacce risiedono soprattutto nel cuore dell’Europa, più che nel Mediterraneo o nell’Egeo. Lo dimostrano gli attentati di Parigi, compiuti da cittadini francesi di seconda generazione, e i numerosi arresti legati all’estremismo jihadista. Le barriere non si trovano solo tra l’Europa e gli altri continenti, ma anche tra la maggioranza degli europei autoctoni e una minoranza crescente di europei di seconda generazione. La creazione forzata di tali frontiere attraverso un linguaggio razzista e xenofobo non fa altro che radicalizzare le identità contrapposte. Lo stesso dannoso effetto lo sortisce la retorica dell’eliminazione forzata delle frontiere sia fisiche che culturali.


L’unica vera frontiera invalicabile è il rispetto dei valori fondamentali comuni a tutti i paesi dell’UE: libertà, uguaglianza, democrazia, laicità dello Stato. Chi considera la donna inferiore all’uomo non è europeo. Chi considera un testo sacro superiore alle leggi del proprio Stato non è europeo. Chi reprime la libertà religiosa altrui non è europeo. Tutte le altre barriere possono essere gradualmente superate. Si può creare il dialogo tra europei di varie origini se si ha la giusta consapevolezza della propria identità, senza né sminuirla né esaltarla.


Gloria Gattoni
(8 gennaio 2016)



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