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La cocaina: nel cervello di chi ne fa uso le cellule si autodistruggono

Sulla cocaina – e sulla dipendenza che porta gli uomini a esserne schiavi – si sono fatti, si fanno e si faranno tantissimi studi. Per quanto riguarda il passato: è stato mappato il circuito cerebrale coinvolto durante la sua assunzione per cercare di capire a fondo le cause neurologiche di astinenza e abuso; sono stati messi a punto metodi per cercare di contrastarne la dipendenza come l’elettroterapia, metodo efficace e che potrebbe essere utile anche per altre dipendenze; è stato analizzato l’effetto passo per passo; è stato dimostrato come la cocaina cambi la struttura e la funzionalità anche del cuore e non solo del cervello; è stato puntualizzato che chi si droga faccia del male anche al pianeta – e non solo a sé stesso – in quanto incoraggia metodi produttivi inquinanti e anti-ecologici – come disse nel 2010 Elisabetta Intini… E potrei stare ore e ore a elencare ricerche, analisi e statistiche.


L’ultimo studio in materia, tuttavia, ha attirato la mia attenzione. Uno studio condotto sui topi e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences svela che alte dosi di cocaina portano le cellule ad autodistruggersi in modo incontrollato – come in una sorta di cannibalismo – in un meccanismo chiamato autofagia. Le cellule possono morire in modi diversi – grossi traumi, condizioni estreme di temperatura, sostanze dannose – ma possono anche autodistruggersi. Un modo che hanno di farlo è proprio l’autofagia: la cocaina – così come alcune malattie degenerative – velocizza in modo estremo quello che, solitamente, sarebbe da considerarsi un normale processo di pulizia cellulare. La cocaina favorisce la morte anche di elementi molto importanti – fra i quali i mitocondri.


Gli scienziati hanno messo a punto un composto, chiamato CGP3466, che testato sui topi ha protetto le cellule dall’autodistruzione; ciò potrebbe essere molto utile per lenire i danni sul cervello di chi ne fa uso – anche se il percorso sarà lungo, in quanto bisogna che vengano individuati gli effetti collaterali sui topi prima di pensare a un possibile uso sull’uomo.


(31 gennaio 2016)



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