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Progressive rock italiano: l’inferno dei Metamorfosi

Questa serie di articoli ha il solo scopo di presentare alcuni album o semplicemente alcuni artisti ai lettori. Ovviamente artisti e lavori ritenuti dal sottoscritto (non stipendiato da nessuna casa discografica, si lascia al lettore ogni giudizio) pregevoli per uno o più fattori. In altre parole, non aspettatevi di trovare le hit dell’estate o pop nato col ventunesimo secolo, produzione fatte al solo scopo d’attrarre persone d’ogni estrazione sociale accomunati dalla passione inconscia per l’amor fati.


Mettiamo da parte i Pink Floyd (qui trovate il precedente episodio) e torniamo in Italia: fra le perle del rock progressivo troviamo Inferno, album del gruppo Metamorfosi ispirato al primo libro della Divina Commedia dantesca.
L’album, nell’edizione più recente, è formato da dodici tracce anziché sedici, ed è il primo della trilogia di LP ispirati al poema in 100 canti, nonché il secondo della band.
Per ragione logistiche non parlerò di tutti i brani ma opererò una selezione assolutamente soggettiva commentando solamente i pezzi che più mi aggradano. Iniziamo con Caronte, che nell’opera di Dante traghetta le anime attraverso il fiume Acheronte per portarle al vero e proprio inferno. Il componimento è piuttosto breve ma anche pregevole da un punto di vista lirico; è immediatamente nota all’ascoltatore l’immensa potenza vocale del cantante (Davide “Jimmy” Spitaleri), per altro creatore di alcuni album da solista veramente molto suggestivi che magari approfondiremo successivamente.


A Caronte succede Spacciatore di droga: il brano, definibile senza margine d’errore come capolavoro, presenta una peculiarità che verrà poi replicata in altri pezzi dell’album. Ad una prima sezione tumultuosa (e decisamente più intensa) segue una sorta di seconda parte dai toni placidi ma davvero notevole per chi presta attenzione alle parole. Nello specifico: Occhi spenti nel vuoto || stan cercando di te/ Larve umane d’un mondo || privo d’ogni realtà/ Quante volte han sofferto || per la tua avidità/ Ma non è col denaro || ch’ora tu pagherai. Verso la metà di ogni emistichio (per intenderci ogni sezione di testo compresa fra un tratto obliquo e la cesura), Spitaleri si lascia andare in vocalizzi divini che già da soli rendono il brano entusiasmante.
Dopo una parte strumentale, arriva Lussuriosi, che pongo al primo posto della mia personale classifica e che tratta la vicenda di una coppia di amanti: parla prima un membro della coppia che poi passa il testimone ad una terza persona. Ciò si intuisce dal cambio di punto di vista nel testo e da un irrigidimento del timbro di Spitaleri. Forse la stesura è stata ispirata dal celebre passo di Paolo e Francesca, leggendari amatori che si concessero alla lussuria dopo aver letto un libro su Lancillotto (Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse). Violenti è probabilmente il brano più poetico. Iconici sono a mio parere i primi due versi: Rosso scorre il sangue/Tra i sentieri dov’è fragile la vita. Malebolge e Sfruttatori si susseguono a Violenti. Malebolge è piuttosto breve e molto ritmato, abbastanza coinvolgente; Sfruttatori al contrario presenta una dilatazione dei tempi e riprende lo stile usato in Spacciatore di droga, ovvero dopo la prima sezione decisamente più intensa, l’ascoltatore può godere di una parte con una lirica degna dei migliori poeti (Hai lasciato in pasto al mondo/Donne, giovani creature/Vecchi con la morte dentro al cuore/Giovani || dal sole ormai bruciati) in cui Spitaleri domina la scena.


Razzisti affronta un tema, sia concreto che metaforico, della schiavitù, poi ripreso da Spitaleri in alcuni lavori da solista come Uomo irregolare del 1980. L’album termina con Conclusione, la cui lirica è formata esclusivamente da una frase (e fu così che tornammo/a riveder le stelle). La sezione vocale è davvero suggestiva e la musica sembra adattarsi a quell’unico periodo con maestria sorprendente.
Di una cosa siamo certi, l’Inferno può trasformarsi in arte.


(7 gennaio 2016)


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